“Guardate quegli scarabocchi che aleggiano sulla testa di Charlie Brown, dandogli una perenne aria stressata. Charlie è sempre preoccupato per qualcosa: la sua squadra di baseball, i voti che prende a scuola, la sua solitudine, il suo non convenzionale cane Snoopy. Siete davanti al bambino di otto anni più coscienzioso nella storia del fumetto mondiale, sempre impegnato a prevenire i possibili problemi – e d’altra parte preoccupazione viene dal latino praeoccupare, “prevenire”. Ma se essere agitati e logorati dall’ansia non è un sentimento che di solito viene associato all’infanzia, quando si passa all’età adulta viene invece considerato un effetto collaterale molto comune.
La parola inglese per preoccupazione, worry, deriva dal più antico termine wyrgan (uccidere, strangolare), per cui essere “preoccupati” aveva a che fare con l’essere strangolato da un serpente, oppure asfissiato da un cattivo odore. Se molti animali, “preoccupavano” le loro prede usando la forza delle zanne (lo si diceva dei cani o dei lupi che attaccavano le pecore), perlomeno dal Seicento si iniziò a dire che erano gli amanti a “preoccupare” gli oggetti del loro desiderio tramite baci e abbracci troppo violenti. L’Oxford English Dictionary ai primi dell’Ottocento definiva worry «uno stato mentale disturbato che nasce dai vari problemi e afflizioni dell’esistenza». Nel tempo la preoccupazione diventò un’abitudine per un gran numero di personaggi dei romanzi, la prova che avevano a cuore gli altri anche a scapito di se stessi. Poteva diventare molto rumorosa, a volte: nella Capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe, quando la schiava fuggiasca Eliza torna in scena con il figlio bambino, la donna è in uno stato di «grande preoccupazione, piangeva e gridava». La preoccupazione poteva anche essere una faccenda silenziosa, tenuta nascosta dietro un sorriso ottimista. Ma poteva comunque avere un effetto fatale, prosciugando le forze di quelli che si preoccupavano, e portandoli alla morte, come la piccola Nell, la protagonista della Bottega dell’antiquario di Charles Dickens.
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La cosiddetta “catastrofizzazione” – la tendenza a visualizzare sempre il peggior sviluppo possibile di una situazione – potrebbe risultare controproducente per noi, però, a volte, preoccuparci dei nostri problemi è un processo che richiede immaginazione e spirito critico. Afferrare un problema tra i denti e scuoterlo come un cane fa con la sua preda, esaminarlo da ogni punto di vista per prevenirne gli sviluppi, ci permette di mettere a fuoco nuove idee, e di prendere in diversa considerazione quelle che già abbiamo. E poi, anche se può sembrare ovvio, uno studio longitudinale citato su “Psychological Medicine” nel 2006 ha confermato che alle persone preoccupate capitano meno incidenti. Alcuni ricercatori hanno addirittura stipulato l’esistenza di un “gene della preoccupazione”, che viene tramandato di generazione in generazione: lo stress e l’ansia possono ridurre l’aspettativa di vita, certo, ma le persone che conoscono la preoccupazione in una forma minore – e, per questo, più accettabile – sembrano vivere più a lungo e fare più figli. Quindi, forse, dovremmo accogliere serenamente almeno qualcuna delle nostre preoccupazioni. In fondo, non tutte le preoccupazioni sono uguali. Ci sono cose per cui vale la pena agitarsi, come Francis Scott Fitzgerald scriveva in una lettera del 1933 alla figlia Scottie, che allora aveva undici anni:
Non preoccuparti delle bambole, dei ragazzi, degli insetti, dei genitori, delle delusioni, delle soddisfazioni e del futuro.
Cose di cui preoccuparsi:
Preoccupati del coraggio
Preoccupati della pulizia
Preoccupati dell’efficienza
Preoccupati dell’equitazione…”
Tratto da Smith, T. W. (2017). Atlante delle emozioni umane. Utet.
