A tua insaputa

In un articolo, Giuliano Aluffi presenta un libro che è stata, per me, una vera scoperta dell’estate. Il libro è di John Bargh, A tua insaputa. La mente inconscia che guida le nostre azioni, Editore Bollati Boringhieri.
John Bargh, docente di psicologia a Yale, è probabilmente il principale esperto mondiale della mente inconscia. Giuliano Aluffi pone ‘al libro’ alcune domande e Bargh, con la sua scrittura ricca di aneddoti e di racconti esilaranti, risponde.
Buona lettura a tutti!

Come può l’inconscio influenzarci dal futuro?

«La nostra mente, così come l’universo per Einstein, esiste simultaneamente nel passato, nel presente e nel futuro. In ogni momento coesistono in noi i ricordi del passato, la capacità di reagire al presente e la tensione ad anticipare gli eventi per non essere colti alla sprovvista. Queste tre realtà di cui abbiamo coscienza hanno ognuna una controparte carsica, che influenza di nascosto le nostre decisioni e viene alla luce solo negli esperimenti di psicologia. Gli obiettivi per il futuro e le questioni irrisolte continuano a lavorare dentro di noi anche quando pensiamo a tutt’altro. Questo ci aiuta a tenere il timone nella direzione giusta, ma al contempo ci rende più vulnerabili a influenze esterne che tocchino il tasto giusto».

A proposito: le pubblicità subliminali fanno parte del mito o della scienza?

«Nel saggio I persuasori occulti, Vance Packard nel 1957 raccontò che in un cinema del New Jersey la proiezione subliminale della scritta “Drink Coke” durante un film avrebbe indotto gli spettatori ad assediare il chiosco delle bibite. Ma è una leggenda metropolitana, e pare che anche il cinema descritto da Packard non fosse mai esistito. Gli studi più recenti dicono che i messaggi subliminali possono influenzare i nostri comportamenti, ma solo se già abbiamo un obiettivo (futuro) in mente. Se già siamo assetati, una pubblicità subliminale può condizionare la scelta di una certa bevanda. Ma non può farci venire sete».

E il passato come ci condiziona?

«L’evoluzione ha radicato in noi potenti bisogni — come evitare i pericoli, acquisire risorse, stare al caldo e al riparo — che sono presenti sottotraccia in tutto ciò che facciamo. È interessante lo studio di Inagaki e Eisenberger, che nel 2013 mostrarono come tenere in mano qualcosa di caldo sollecita la stessa parte dell’insula — area cerebrale associata all’emotività e alle sensazioni — che si attiva quando leggiamo messaggi dei nostri cari. Ho sperimentato che vale anche l’opposto: toccare il ghiaccio sollecita un’altra piccola area dell’insula, la stessa che si attiva anche quando veniamo traditi durante un gioco economico dove un partner può dividere con noi una somma in modo equo o iniquo. Il calore fisico e quello “sociale” si sovrappongono nell’inconscio. Quando abbiamo chiesto a dei soggetti di valutare la personalità di uno sconosciuto, quelli a cui prima del test, con una scusa, avevamo offerto un bicchiere di caffè caldo hanno poi giudicato la persona come “calorosa e affabile”. Forse è un retaggio dell’infanzia: John Bowlby, pioniere degli studi sull’attaccamento, notò come la sensazione fisica del calore sia collegata, nei primi mesi di vita, al sentirsi sicuri. Quando siamo così piccoli non abbiamo tanti modi per valutare gli altri: chi più ci trasmette calore, portandoci in braccio, è un amico. Gli altri di meno».

L’inconscio ci condiziona anche nel presente?

«Quando qualcuno ci imita, se lo fa in modo naturale e non teatralmente, ci fa diventare più ben disposti verso quella persona. È l’effetto camaleonte: favorisce un legame. I camerieri che ripetono a voce l’ordine del cliente mentre lo stanno scrivendo sul blocchetto ricevono più mancia. E, come ha mostrato la psicologa francese Cèline Jacob, i commessi che rispondono ai clienti ripetendo la domanda — ad esempio, “Può aiutarmi a trovare un cellulare?” “Certo che posso aiutarla a trovare un cellulare” — fanno aumentare le vendite».

Quanto è diversa la sua idea di inconscio da quella di Freud?

«Prima di Freud i comportamenti anormali erano ritenuti colpa degli spiriti maligni che si impossessano di noi. Freud li spiegò con l’inconscio, ma lo caratterizzò come una forza autonoma e per lo più dannosa, reintroducendo una sorta di “demone” all’interno della nostra testa. Il problema è che Freud costruiva le sue tesi sull’inconscio partendo da malati psichici, per poi generalizzarle a tutti. Ancora oggi la cultura popolare ne risente: nel film Inside Out della Pixar l’inconscio è una stanza buia usata per rinchiudere le emozioni negative. Gli studi recenti su soggetti sani, invece, ci indicano che l’inconscio non è né segregato — infatti usa le stesse aree cerebrali usate dalla mente conscia — né distruttivo: se ha superato la selezione naturale, qualche vantaggio deve darcelo. Possiamo aumentare il nostro autocontrollo quanto più scarichiamo su meccanismi inconsci il carico di lavoro mentale. È più facile rispettare diete e vincere la pigrizia se ci affidiamo al “pilota automatico” dell’inconscio. Basta costruirsi un quadro preciso di ciò che si vuole fare: “Correrò lunedì, alle 13, nel parco sotto casa, con questa tuta blu “: più dettagliato è l’impegno, più sarà automatico, grazie anche all’inconscio, compiere l’azione una volta che ci troviamo in quel contesto».

Buona lettura a tutti!

 

Ci sentiamo stressati dalla tecnologia?

Tecnostress: è la percezione di essere ‘invasi’ dalla tecnologia informatica e dal sovraccarico di informazioni. Noi soffriamo di tecnostress?

Abbiamo parlato di dipendenza da smartphone, e oggi la nostra attenzione è sull’utilizzo delle tecnologie informatiche per lo svolgimento di attività lavorative. È risaputo che incide sul nostro apparato muscolo-scheletrico e osteo-articolari (polsi, dita, collo, schiena…); ci sono anche rischi di natura psico-sociali (aumento del carico cognitivo e dilatazione dei tempi lavorativi all’interno della sfera privata-personale). Quest’ultimi ancor più evidenti se si interagisce con colleghi di altri paesi nel mondo.
I sintomi di tecnostress sono: insonnia, calo della concentrazione, mal di testa, ipertensione, stanchezza cronica…

Come gestire questo stress? C’è un modo?
La PAUSA DIGITALE.
Non è impossibile… in alcune aziende in America si programmano alcuni periodi dell’anno, o un giorno alla settimana, oppure brevi periodi durante la giornata lavorativa nei quali escludere l’uso di tecnologie informatiche.

Chi beneficerebbe di questa PAUSA DIGITALE?  Oltre alla salute dei lavoratori, la qualità del lavoro e l’organizzazione aziendale.
Sappiamo che le interruzioni, il passare da una attività all’altra riducono l’efficienza e abbassano il livello di energia. E per il ripristino ci vogliono 15/20 minuti. Ad esempio, le interruzioni frequenti per rispondere alle email in arrivo comportano una rottura nella concentrazione del lavoro in corso e compromettono la qualità stessa del lavoro. Affinché questo non diventi il nostro modo di lavorare, stiamo creando delle ‘finestre’ per rispondere alle email?

Vediamo come alcune aziende stanno gestendo il potenziale tecnostress. Alcuni esempi:

  • Volkswagen in Germania, dal 2011, ha deciso, per i dipendenti con un cellulare aziendale, di limitare la gestione delle e-mail fuori dagli orari di ufficio (i server si spengono mezz’ora dopo la fine dei turni e riaccesi trenta minuti prima dell’inizio)
  • L’azienda chimico energetica Bayer e E.On. ha stabilito ufficialmente che nel tempo libero nessuno debba ricevere email di lavoro
  • In Henkel è stato dichiarato il sabato come giorno ‘mail free’
  • In Bmw gli impiegati stabiliscono con i capi le ore di reperibilità extra ufficio e il tempo dedicato a rispondere ad email è considerato straordinario, da recuperare nel corso della settimana lavorativa.

È possibile che ora noi stiamo pensando: da noi non è possibile.
Veramente non è possibile o è un modo per giustificarci-giustificare l’azienda e sentirci importanti?
Possiamo essere noi a iniziare creandoci delle ‘finestre’ di pausa digitale!
A volte l’impossibile è quello che non abbiamo ancora fatto!

 

Spunti da:

Gianni Alioti (2016). Tecnologie digitali, tecnostress e pausa digitale.

 

Categorie: self management – stress

Essere ottimisti… è sufficiente per raggiungere l’obiettivo?

Come raggiungere un obiettivo? Quante volte abbiamo sentito frasi come ‘Be optimistic’, o ‘Look the positive side’ (guarda il lato positivo) o ‘Se puoi sognarlo, puoi farlo (Walt Disney)’. Indubbiamente ci aiutano in una situazione difficile, ci fanno e danno piacere in quel momento… ma ci portano veramente a raggiungerlo?

Ipotizziamo che uno dei nostri hobby sia la maratona e che vogliamo gareggiare alla maratona di New York il 4 novembre. Siamo comodamente seduti sul divano e sogniamo… possiamo farcela… ci immaginiamo tra la folla dei maratoneti… e ci vediamo al traguardo: ‘sì, posso farcela!’

Questa è fantasia, non è realtà! Se non ci alleniamo in modo determinato, tenace, se non combattiamo la nostra pigrizia e tutti gli imprevisti, non possiamo raggiungere il traguardo di New York, nemmeno se l’abbiamo immaginato!

Tutti noi abbiamo obiettivi, in ambito professionale e personale. Può succedere di trovare ostacoli che ci impediscono di raggiungere gli obiettivi? Come ci comportiamo quando ci sono ostacoli? Detto in altro modo: come possiamo trasformare in azione un sogno?

Gli scienziati ci possono aiutare (frutto delle ricerche della neuroscienziata Prof.ssa Gabriele Oettingen) affinché la percentuale di raggiungimento dei propri obiettivi aumenti enormemente. Interessati?
Un acronimo ci può aiutare: DROP, Desiderio – Risultato concreto – Ostacolo – Piano (in inglese Wish Outcome Obstacle Plan)

Questo acronimo ci mostra innanzitutto due regole:
1. PRIMA il futuro desiderato, POI l’ostacolo.
L’essere umano è tentato ad elencare prima tutti gli ostacoli e poi il futuro desiderato. Qui invece, affinché il desiderio si realizzi, è importante NON invertire l’ordine.
2. Il PIANO è un’azione fisica (non è pensare!), è inteso come ‘se…allora…’
E_Se il singolo obiettivo avesse diversi ostacoli, applicare il processo ed identificare un piano per OGNI ostacolo.

Un esempio?
Desiderio: voglio dare l’esame di diritto tra 30 giorni
Risultato: avrò finito tutti gli esami della sessione e potrò andare qualche giorno in vacanza
Ostacolo: mi distraggo spesso andando su Facebook
Piano inefficace: Se sarò pigro e disorganizzato, allora ricorderò a me stesso che per vincere ci vuole entusiasmo, organizzazione, autodisciplina, metodo (Può veramente funzionare??? Basta pensarlo??? )
Piano efficace: se invece di studiare perdo tempo su Facebook, allora spegnerò il telefono e staccherò la batteria (questa è una azione pratica)

A quale obiettivo, personale o professionale, vuoi applicare il DROP? (c’è anche una app.

Sappiamo resistere al ‘marshmallow’?

Il 12 settembre è venuto a mancare a 88 anni Walter Mischel, uno dei più citati psicologi del Novecento.

Walter Mischel negli anni Sessanta coinvolse più di 600 bambini (4-6 anni) in un esperimento. A questi bambini venne consegnato un marshmallow: potevano mangiarlo subito o aspettare 20 minuti e in qual caso avrebbero avuto 2 marshmallow. Alcuni bambini lo mangiarono subito, alcuni lo accarezzarono, altri si coprirono gli occhi o giocherellarono nervosi sulla sedia frustrati. 1/3 dei 600 bambini riuscirono a gestire l’attesa per avere il secondo marshmallow. I bambini capaci di ritardare la gratificazione divennero uomini e donne più fiduciosi, autosufficienti, affidabili e perseveranti.

Walter Mischel divenne noto al grande pubblico e l’esperimento del marshmallow continuò ad essere una delle prove maggiormente riprodotte e discusse della psicologia contemporanea (qui si può vedere un video molto divertente: https://www.youtube.com/watch?v=8T9LMaZyd2M ).

Per noi adulti, quale potrebbe essere il nostro marshmallow, la nostra la tentazione?
Telefono, Facebook, multitasking, lavorare più ore, ridurre le ore di sonno…?

Consideriamo le email, strumento utile e fondamentale per il nostro lavoro (e non solo). Gli studi evidenziano che la nostra compulsione a rispondere alle e-mail è solo il nostro bisogno di rimanere in contatto per sentirci produttivi a breve termine con il minimo sforzo. Rispondere alla posta elettronica è anche un modo per evitare la fatica di smuovere l’energia per una messa a fuoco costante necessaria per un compito più impegnativo.

Quali modi, strategie usiamo per ri-focalizzarci? Come possiamo utilizzare al meglio quel muscolo che chiamiamo ‘autocontrollo’?

Formulando piani di azione: ‘se… allora…’ (se succedesse questo fatto, allora io farò, mi comporterò). E più il se (il fatto) è preciso, specifico, più possibilità ho di esercitare l’autocontrollo ed avere successo.
Ipotizziamo che stiamo scrivendo una relazione e continuiamo a ripeterci: dobbiamo finire la relazione. Questo pensiero non ci aiuterà nel raggiungimento dell’obiettivo. Come fare, come aiutare il nostro autocontrollo? Se entro mercoledì non avrò finito la relazione, allora sospenderò qualsiasi altra cosa fino a quando non avrò finito.

Il piano di azione accresce la possibilità di raggiungere l’obiettivo… è una strategia di anticipo, in quanto si ‘programma’ il nostro cervello ad un eventuale imprevisto, ad una eventuale situazione: il cervello sa già da prima come reagire ad una specifica situazione.

Heidi Grant afferma che la tecnica funziona non solo con gli individui, ma anche con i gruppi di lavoro.

Quante volte ci capita di avere obiettivi ‘sommari’? Quante volte ci capita di allungare i tempi per ‘colpa di tutti gli imprevisti’?
Cosa è un imprevisto, se non un previsto che non si sa dove e quando, ma arriverà?

Il piano d’azione ‘se-allora’ è una strategia di anticipo perché può aiutare le persone a focalizzarsi, a collaborare, a condividere informazioni e anche ad essere autonomi.

Dopotutto, somiglia a un se-allora istantaneo anche la brillante strategia usata istintivamente dai bimbi per resistere ai marshmallow: “Se mi viene una voglia matta di mangiarmi questo buon dolcetto, allora mi invento una canzoncina. O mi metto un dito nel naso”’. (Annamaria Testa)

Prossimamente una strategia pratica per applicare il piano ‘se-allora’.

 

Spunti tratti da:

Annamaria Testa (2016). I marshmallow e il magico potere della formula se-allora https://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2016/10/24/marshmallow-potere-autocontrollo-bambini-adulti

Heidi Grant (2014). Get your team to do what it says it’s going to do. Harvard Business Review  https://hbr.org/2014/05/get-your-team-to-do-what-it-says-its-going-to-do

Cosa possiamo veramente regalarci quest’estate?

Prenditi tempo per pensare,
perché questa è la vera forza dell’uomo.

Prenditi tempo per leggere,
perché questa è la vera base della saggezza.

Prenditi tempo per pregare,
perché questo è il maggior potere sulla terra.

Prenditi tempo per ridere,
perché il riso è la musica dell’anima.

Prenditi tempo per donare,
perché il giorno è troppo corto per essere egoisti.

Prenditi tempo per amare ed essere amato,
è il previlegio dato da Dio.

Prenditi tempo per essere amabile,
questo è il cammino della felicità.

Prenditi tempo per vivere!

 

Pablo Neruda

Buona estate a tutte e a tutti!
MotivationMovesPeople torna a settembre.

Sei un multitasker proclamato?

Va bene ammetterlo. Amiamo vantarci di tutte le attività che stiamo ‘efficacemente’ svolgendo contemporaneamente. Anzi, ci mettiamo la medaglia multitasking come distintivo d’onore.

Vediamo ora cosa dice la scienza…

I multitasker sono le persone meno produttive di tutte. Sono peggio dei procrastinatori e lavoratori volutamente lenti. Ecco perché: i nostri cervelli non sono progettati per il multitasking. In effetti, la parola ‘multitasking’ non è stata nemmeno creata per le persone. Fu introdotta ufficialmente nel 1966 per descrivere nuove funzionalità nel campo dell’informatica. ‘Il multitasking è definito come l’utilizzo di una singola CPU per l’elaborazione simultanea di due o più lavori.’ ~ Datamation Magazine, 1966

Gli esseri umani non elaborando simultaneamente possono cambiare rapidamente punto focale da una attività all’altra; questo però comporta significativi costi di produttività. Quando si effettuano molti cambi durante il giorno si può arrivare a una perdita del 40% della produttività. Inoltre alcuni studi hanno mostrato che quando le persone sono interrotte e ‘dividono’ la loro attenzione, impiegano il 50% del tempo in più per portare a termine un compito e hanno il 50% di probabilità in più di fare errori.

In altre parole: più multitasking, peggiore diventa la capacità del cervello di concentrarsi. Il professor Paul Mohapel, autore di un articolo sulla neurobiologia della distrazione pubblicato su Healthcare Management Forum afferma che uno dei miti più difficili da abbandonare è quello del multitasking. Si crede, purtroppo, che il multitasking aumenti la propria efficienza. Invece le interruzioni, il passare da una attività all’altra riducono l’efficienza e abbassano il livello di energia. E per il ripristino ci vogliono 15/20 minuti.

Delle strategie per migliorare la nostra produttività sono:
a. Eliminare le interruzioni di telefono, colleghi, ecc.,
b. Creare delle ‘finestre’ per rispondere a email, ricevere telefonate, riunioni…
c. Fermarsi solo per questioni urgentissime; per il resto spostare le attività durante le “finestre”.

Sharon Salzberg consiglia che “piuttosto che dividere la nostra attenzione su vari compiti, è molto più efficace prendersi frequenti pause tra sessioni di attenzione focalizzata su un solo compito”; la tecnica è quella di focalizzarsi completamente su un compito per un periodo di tempo e poi prendersi una pausa prima di continuare o di muoversi verso un nuovo compito.
Anche lo psicologo Hao-Ting Wang e i suoi collaboratori hanno evidenziato che una pausa da un lavoro impegnativo, durante la quale la mente è lasciata libera di vagare, può portare a un rinvigorimento e a soluzioni creative non trovate quando si era perfettamente concentrati.

Siamo pronti a focalizzarci su un solo compito e poi prenderci una pausa?

 

Tratto da:

Danilo Di Diodoro (2018). Vagare con la mente è strettamente collegato al benessere interiore. https://www.corrierequotidiano.it/salute/02-07-2018/vagare-con-la-mente-e-strettamente-collegato-al-benessere-interiore

Luca Mazzucchelli (2014). 13 cose che le persone consapevoli fanno in modo diverso ogni giorno. http://www.psicologo-milano.it/newblog/psicologia-consapevolezza/

John Walston (2018), https://www.resourcefulmanager.com/

L’impossibile, talvolta, è ciò che non abbiamo ancora provato a fare!

Dove sono le più grandi opportunità? In ciò che abbiamo sempre fatto?
Abbiamo presente la soffitta o la cantina di casa, o un magazzino? Si continua a riporre cose fino a quando sono totalmente piene, e quando vogliamo aggiungere ancora qualcosa, alla fine arriva la necessità di togliere qualcosa.
La gestione del tempo può presentare analogie alla gestione di un magazzino? Di una cantina? Di una soffitta?

Gianluca Gambirasio nel suo libro ‘Gestire meglio il tempo’, aiuta a renderci consapevoli di come gestiamo il nostro tempo e ci spinge a provare qualche cosa di diverso, qualche cosa che non abbiamo ancora provato a fare… a fare quello che fino a ieri abbiamo considerato fosse impossibile. Cosa vogliamo provare a fare? Secondo Orazio Una delle peggiori tragedie dell’umanità è quella di rimandare il momento di cominciare a vivere. Sogniamo tutti i giardini incantati al di là dell’orizzonte, invece di goderci la vista delle aiuole in fiore sotto le nostre finestre.

È arrivato il momento di goderci la vista delle aiuole in fiore sotto le nostre finestre?

 

Magazzino Tempo lavorativo
Lo spazio a disposizione è limitato: ‘x’ metri cubi 24 ore (1440 minuti) al massimo di cui 8, 10, 12 o più di lavoro
Lavorando sull’ottimizzazione della disposizione dei materiali è possibile recuperare dello spazio nel magazzino Migliorando la propria efficienza nell’eseguire le attività è possibile guadagnare del tempo da dedicare ad altre attività
Quando il magazzino è ormai colmo è ora di decidere cosa vale veramente la pena conservare e cosa al contrario va buttato via Quando il tempo a disposizione è scarso occorre definire con attenzione le priorità d’azione e decidere cosa non fare
Ogni nuovo scatolone che voglio inserire in un magazzino pieno implica toglierne uno per lasciare spazio a sufficienza Dire di sì ad una richiesta implica non riuscire a portare a termine qualche altra attività in futuro (un ‘no silenzioso’)
Per avere un magazzino in ordine e sotto controllo occorre dedicare del tempo alla sua gestione Investire del tempo per pianificare ed organizzare il lavoro consente di migliorare la propria efficacia ed efficienza lavorativa
Una cattiva gestione degli spazi rischia di farci perdere tempo e di commettere errori, conservando cose inutili e buttandone altre utili Disorganizzazione, confusione ed inefficienza lavorativa rischiano di farci lavorare subendo gli eventi e non gestendoli attivamente

MotivationMovesPeople augura un magazzino in ordine, efficiente e pianificato a tutte e a tutti!

 

Tratto da: Gianluca Gambirasio (2015). Gestire meglio il tempo, Milano: Franco Angeli, p.16

La logica vi porterà da A a B. L’immaginazione vi porterà dappertutto. (Einsetein)

Qual è il significato di questo aforisma? Emile Couè, farmacista e psicologo francesce (1857-1926) ci aiuta chiedendoci: e se proprio questa volontà, questa logica di cui siamo così fieri cedesse il passo all’immaginazione?

Supponiamo di porre sul suolo un’asse lunga dieci metri e larga venticinque centimetri: tutti noi siamo capaci di percorrerla da un capo all’altro senza mettere il piede fuori di essa. Ora supponiamo che l’asse sia posta all’altezza delle torri di una cattedrale: siamo capaci di avanzare di un solo metro? O forse fatti due passi inizieremmo a tremare e, malgrado tutti gli sforzi della volontà, cadiamo? O ci fermiamo bloccati?

Perché non cadiamo se l’asse è posta sul suolo e perché cadiamo quando è sollevata?
Forse perché nel primo caso ci immaginiamo che sia semplice percorrerla tutta, mentre nel secondo immaginiamo di non potercela fare, bloccati dalla nuova visione del vuoto?

Per quanto la nostra volontà di avanzare sia forte, se immaginiamo di non potercela fare, saremo nell’impossibilità assoluta di farlo. Se alcuni di noi sono capaci di compiere quest’azione è perché immaginano di poterla compiere.

Ci è mai successo di tentare di ricordare il nome di una persona e più tentiamo più ci sfugge fino al momento in cui, sostituendo nel nostro cervello l’idea con un’altra qualsiasi, ci si ripresenta spontaneo, senza sforzo? E quando vogliamo trattenerci dal ridere e invece il riso scoppia più violento quanto maggiori sono gli sforzi per reprimerlo?
Mai successo di seguire una dieta e davanti ad un gelato cedere? Non ho potuto trattenermi… era più forte di me (anche di fumatori che vorrebbero smettere di fumare, ma sono incapaci di questa rinuncia, malgrado la loro volontà). Lo psicoanalista Charles Baudouin definisce questo comportamento attraverso la Legge dello sforzo convertito: ‘ogni volta che immaginazione e volontà entrano in conflitto, immancabilmente l’immaginazione ha la meglio sulla volontà’. Contrariamente al senso comune, non è la volontà che mette in moto il cambiamento, ma la nostra immaginazione. E quando volontà e immaginazione sono in disaccordo dentro di noi, prevale l’immaginazione.

Noi crediamo di compiere liberamente ogni nostra azione… e se fosse la nostra immaginazione a tenere i fili del nostro comportamento?

Un esempio? Cosa diciamo ad un bambino che sta iniziando ad andare in bicicletta? Con quale visione lo aiutiamo? ‘attento che cadi’ o con ‘bravo, mantieni l’equilibrio’? Quale delle due aiuterà di più il bambino al suo successo? Il linguaggio è risultato della nostra immaginazione.

Come possiamo guidare la nostra immaginazione? Come possiamo allenare la nostra mente a immagini di successo? A pensieri che creano comportamenti di successo? A motivazioni personali, intrinseche di successo? Basta avere i pensieri o possiamo anche allenarli, come fossimo in palestra, anche per i momenti più bui?

Tutti i giorni, da quando siamo al mondo, inconsciamente rispondiamo a stimoli… ora ‘basta’ apprendere come coscientemente creare visioni positive. Basta educare la nostra mente a visioni vincenti.

Come Emile Couè diceva: per ottenere una cosa devi innanzitutto immaginarla nella tua mente per poi renderla reale. Non si tratta di volere una cosa ma di immaginarla…
“Non la volontà bensì l’immaginazione è la prima delle facoltà umane”. (Emile Coué).

 

Tratto da:
Émile Coué (ristampa 2013), Il dominio di se stessi. Macro Edizioni.

Quale storia stiamo raccontando a noi stessi? Velcro o Teflon?

Ci stiamo raccontando una storia che dà piacere ed è benefica o una storia che dà sofferenza ed è malefica? Se il mondo reale non ci piace, ce ne inventiamo uno nel quale stare ‘bene’, che ci dà sollievo; oppure pur non essendoci più pericoli fisici dell’ambiente come per l’uomo preistorico, creiamo nemici ben più pericolosi dentro il nostro cervello?

Le aggressioni reali, quelle fisiche, sono ormai relativamente rare, eppure la nostra Amygdala è sempre sollecitataperché il nostro sistema d’allarme ‘non distingue fra aggressioni fisiche reali e aggressioni simboliche pensate’. Quest’ultime provengono dal cervello, non dal mondo esterno. È il nostro cervello, sulla base della sua memoria, con tutti i ragionamenti che può fare, che decide se siamo in pericolo oppure no. Come scrive Giulio Cesare Giacobbel’elenco degli animali pericolosi per l’uomo in epoca preistorica fa ridere al confronto dei pericoli che il nostro pensiero è in grado di creare oggi’. I pericoli inventati dal nostro pensiero sono praticamente infiniti. Dale Carnagie, autore de Come trattare gli altri e farseli amici, scriveva che il 99% delle cose per cui siamo in ansia non accadono mai. Quasi tutte le ansie o l’infelicità derivano dall’immaginazione e non da fatti e dati reali.

C’è anche il detto: Quelli che non sanno vincere le preoccupazioni muoiono giovani.

Cosa significa? Nel 2012 una ricerca (Affective reactivity to daily stressors and long-term risk of reporting a chronic physical health condition) ha verificato che non sono gli stressor a danneggiare la salute. Sono le reazioni delle persone agli stressor che determinano quanto le persone soffriranno di problemi di salute. Si distingue quindi tra persone che quando incontrano un fattore stressante vi si appicciano come fossero fatte di VELCRO; all’opposto le persone TEFLON permettono allo stress di scivolargli via. E l’impatto non è solo quello immediato: è più probabile avere uno stato di salute peggiore da qui a 10 anni se i problemi e lo stress conseguenti restano attaccati addosso come il velcro (anziché farseli scivolare via come il teflon). Cosa possiamo fare? Cosa dice la scienza?
Cambiare il modo di vedere lo stress può farci stare meglio.
Ad esempio, noi esseri umani possiamo imparare tecniche di rilassamento e di meditazione adeguate alla vita occidentale, possiamo imparare ad essere più teflon e meno velcro. Questo è uno dei motivi per cui la mindfulness sta avendo sempre più seguito, sia per i risultati pratici che per le conferme cliniche.

Noi che atteggiamento abbiamo? La storia che ci stiamo raccontando è più velcro o più teflon?

 

Tratto da:

Giacobbe, G. C. (2013). Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita. Milano: Ponte alle Grazie

Piazza, J. R., Charles, S. T., Sliwinski, M. J., Mogle, J., & Almeida, D. M. (2012). Affective reactivity to daily stressors and long-term risk of reporting a chronic physical health condition. Annals of Behavioral Medicine, 45(1), 110-120.