Cosa comunichiamo? Come lo facciamo?

Sempre più si enfatizza l’importanza della comunicazione. Cosa è la comunicazione? Cosa significa comunicare? Perché comunicare? Già Dale Carnegie negli anni ’30 evidenziò che la realizzazione personale, sia nella sfera lavorativa  sia in quella privata, dipende in larga misura dalla nostra capacità di comunicare con chiarezza chi siamo, che cosa desideriamo, in cosa crediamo.

Tutti noi abbiamo sentito che la comunicazione tra due persone è costituita da tre parti: verbale (7%), non verbale (55%), paraverbale (38%). Questa formula fu pubblicata nel 1968 da Albert Mehrabian su Psychology Today Magazine.

Cosa significa? Come possiamo usare questo dato scientifico concretamente?

Comunicazione verbale (7%). Abbiamo mai prestato veramente attenzione alle parole che usiamo quando parliamo con un’altra persona? Potremmo sfidare noi stessi quest’oggi ed ascoltarci. E a fine giornata fare un resoconto: quante parole ambigue, parole con connotazione negativa, parole con connotazione positiva abbiamo usato?

Tante volte abbiamo ascoltato frasi, anche in ambito personale, che ‘chiudono’, come: ‘non hai capito’, ‘non è vero’, ‘mai’. Come ci sentiamo quando ci vengono rivolte queste parole?
Come vorremmo sentirci, invece? Ogni essere umano ha bisogno di essere ascoltato, compreso e appoggiato nelle sue aspettative ed esigenze. Noi abbiamo la scelta di trasformare queste frasi. Ad esempio, da ‘non hai capito’ a ‘non mi sono spiegato’; da ‘non è vero’ a ‘è vero anche’; da ‘mai’ a ‘certe volte’.
C’è un video che riassume in modo brillante il potere delle parole: https://www.youtube.com/watch?v=_IQ9zGENVO0

Comunicazione para-verbale (38%). Si intende il tono, il volume della voce e il ritmo delle parole.
Cosa comunica il tono della voce? Leggiamo questa frase: ‘Sarebbe utile che mi inviasse la email prima della fine della settimana’. Ora accentuiamo in modo differente le parole evidenziate in grassetto: ‘Sarebbe utile che mi inviasse la email prima del fine settimana’, ‘Sarebbe utile che mi inviasse la email prima del fine settimana’ ‘Sarebbe utile che mi inviasse la email prima del fine settimana’, ‘Sarebbe utile che mi inviasse la email prima del fine settimana’. Cosa cambia? Che effetto produce sulla persona che ci ascolta il tono, il dare enfasi alle parole anche con il volume? In una comunicazione quotidiana una scelta vincente è quella di adeguare inizialmente il nostro tono e volume con quelli dell’interlocutore, e poi ‘guidare’ l’altro al nostro, con leggeri cambiamenti.
Saper adattare il nostro ritmo delle parole al ritmo dell’interlocutore mostra la nostra empatia, una caratteristica della nostra intelligenza emotiva.

Comunicazione non verbale (55%). Si intende gesti, espressione e prossemica.
Quante volte ci hanno detto di non incrociare le braccia mentre parliamo perché questo mostra la nostra chiusura nei confronti dell’altro? È vero? Quanti di noi lo fanno perché in realtà si sentono a loro agio?
La domanda che forse sarebbe meglio porsi, è: cosa percepisce l’altro se, quando parliamo con lui/lei, noi abbiamo le braccia conserte? È il miglior modo di far comunicare il nostro corpo?
Al contrario di quanto afferma la saggezza popolare, non esiste un singolo segno del corpo che ci aiuta a scoprire l’inaffidabilità dell’altro. Piuttosto è necessario cercare quattro indizi insieme per prevedere con maggiore precisione se qualcuno è degno di fiducia o meno. Alcuni studiosi del MIT e di Cornell, guidati da David DeSteno, hanno scoperto che scostarsi dall’altro + toccarsi le mani + accarezzarsi il mento + incrociare le braccia sono indicatori di non affidabilità, detta in altre parole, l’altra persona non si fida di colui/colei che mostra questi segnali, si aspetta di essere ‘tradita’.

Quando sorridiamo mentre comunichiamo, cosa avviene? L’altro, tendenzialmente, come ci risponde?
Secondo Alicia Grandey e i suoi colleghi, il modo con cui si sorride ha un effetto positivo sul prossimo. La studiosa ha analizzato la relazione tra sorriso di colei-colui che lavora alla reception e soddisfazione del cliente. Ha scoperto che: c’è maggiore soddisfazione del cliente quando l’addetto-a al ricevimento sorride perché svolge con sollecitudine il suo compito (rispetto al sorriso, percepito dal cliente meno autentico, di quando l’addetto-a svolge con svogliatezza il compito).
In altre parole, il sorriso autentico porta maggiore soddisfazione nell’altro.
Immaginiamo, ora, di essere seduti in uno scompartimento sul treno. È probabile che compiamo atti per dissuadere altri ad entrare o a sedersi vicino a noi: ad esempio, mettendoci in piedi e rovistare nei bagagli sulle cappelliere proprio al momento in cui il treno sosta nelle stazioni, oppure disseminando borse e valigie su tutti i posti disponibili. Perché? Vogliamo preservare il nostro spazio vitale o prossemico, cioè la nostra bolla di sapone che ci avvolge (la distanza in base a cui l’uomo regola i rapporti interpersonali). Nella cultura italiana la bolla si estende in ogni direzione per circa 70 cm. – 1 metro. Ogni tentativo di entrare nella bolla, provoca una pressione che viene avvertita come fastidiosa o sgradevole. Noi come ci comportiamo con le bolle degli altri? Ne abbiamo cura?

Cosa possiamo fare da domani? Prestiamo attenzione a questi componenti della nostra comunicazione.
Il primo passo per comunicare meglio è ascoltarci e osservarci!

 

Spunti tratti da:

DeSteno, D. (2014). Who Can You Trust?. Harvard Business Review, 92(3), 112-115.

Grandey, A. A., Fisk, G. M., Mattila, A. S., Jansen, K. J., & Sideman, L. A. (2005). Is “service with a smile” enough? Authenticity of positive displays during service encounters. Organizational Behavior and Human Decision Processes, 96(1), 38-55

 

Il prossimo blog: “Non c’è una seconda occasione per fare una buona prima impressione” (Oscar Wilde).

 

4 modi per aiutare chi soffre ad affrontare le vacanze

Ci troviamo in quel periodo dell’anno in cui la gioia dovrebbe essere ovunque, stampata su ogni viso … veramente?
E se per qualcuno, un nostro collega, amico, invece, fosse proprio un brutto periodo?

In tutto il mondo c’è la tendenza a mascherare le emozioni negative. Quando incontriamo qualcuno con la gamba ingessata tutti domandiamo: ‘Cosa è successo?’; se la tua caviglia si rompe le persone ti chiedono di raccontarglielo, se invece è la tua vita ad andare in frantumi (stiamo lottando contro una malattia, la depressione, ci stiamo separando, o stiamo affrontando una perdita), nessuno (o pochi) lo fa.

Forse anche un nostro collega sta affrontando un periodo difficile… e noi non sappiamo come comportarci. Allora con il sorriso e con tutte le buone intenzioni lo salutiamo e gli auguriamo Buon Natale. Questo è il miglior comportamento che possiamo mostrare all’altro? Che cosa vorremmo noi se fossimo in quella situazione? Veramente il biglietto di auguri con scritto Buon Natale e Felice Anno Nuovo è il miglior modo per mostrare la nostra vicinanza?

Forse tutti noi abbiamo sentito il nome Sherly Sandberg. È direttrice operativa di Facebook, prima è stata vicepresidente delle vendite on line per Google e capo dello staff al Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America. Successo, amore, e fama… e l’1 maggio 2015 ha inizio la sua tragedia: Dave, suo marito e la sua roccia (e amministratore delegato di SurveyMonkey), mentre si allenava in palestra in Messico, morì. Da quel momento Sherly era certa che lei e i suoi figli, due, non avrebbero più potuto provare la vera gioia.

Sherly ha un amico, Adam Grant, (vedi http://www.motiviamo.com/2017/11/27/argomento-che-brucia-il-burnout-per-generosita-7-modi-per-essere-generosi-e-non-bruciarsi/ e http://www.motiviamo.com/2017/11/20/e-se-fosse-proprio-la-nostra-stessa-esperienza-anche-traumatica-negativa-a-precluderci-il-successo/ ) psicologo e professore alla Wharton School dell’Università della Pennsylvania, che studia il modo in cui le persone riescono a trovare un senso e una motivazione.

Sherly chiede aiuto ad Adam, non tanto per lei… bensì per i suoi figli. Questa richiesta di aiuto ha dato il via anche ad una ‘collaborazione’ che ha portato ad una illuminante pubblicazione (OPTION B.).

Tutti noi conosciamo tante (tanti) Sherly… che stanno affrontando un lutto, un divorzio, una malattia… e che non vedono l’ora che le vacanze natalizie siano passate!

Ormai è risaputo che il supporto sociale è la chiave di aiuto… Ma come?

  1. Non essere ossessionati dal dire la cosa giusta.
    Molte volte vorremmo andare a trovare l’amico, fargli una telefonata… ma non lo facciamo per paura di disturbare, perché non sappiamo cosa dire, perché sarà l’amico quando è pronto a iniziare a parlare… Insomma non sappiamo cosa fare!
    Siamo convinti che le parole sbagliate causeranno più dolore. Non raggiungere affatto una persona può essere ugualmente e anche più doloroso. Ad esempio, Emily McDowell scrisse che la cosa peggiore di avere un linfoma non era tanto la sensazione di malessere per la chemioterapia o la perdita dei capelli, ma ‘la solitudine e la sensazione di isolamento che provavo nel momento in cui i miei amici più cari e i miei familiari sparivano perché non sapevano cosa dirmi, o quando dicevano le cose più sbagliate senza neanche rendersene conto’.
    Un’e-mail, un messaggio di testo, una lettera o un messaggio di saluto che riconosce il loro momento difficile può fare la differenza.
    È vero che chiedere ‘Come va?’ ferisce profondamente chi sta male, perché dà l’impressione che niente sia diverso dal solito… è altrettanto vero che chiedere ‘Come stai oggi?’ sia molto meglio, perché si riconosce che per quella persona ogni singola giornata è una lotta.
    Spesso sentiamo luoghi comuni, come: ‘andrà tutto bene’; secondo lo scrittore Tim Lawrence  ‘la cosa migliore da fare è mostrare che ci siamo accorti della situazione e dire con onestà: Riconosco il tuo dolore, sono qui con te.
  2. I gesti semplici e concreti aiutano davvero le persone
    Se vogliamo fare di più che chiedere ‘Come stai oggi’, ci si può offrire di fare la spesa, di preparare il pranzo, di tenere i bambini per qualche ora… Questi gesti alleviano lo stress e mostrano all’altro che ci interessiamo a lui con onestà emotiva.
    Molte volte chiediamo sinceramente ‘Posso fare qualcosa per te?’… e l’amico non ha risposte. Questo amico non ha risposte perché le richieste possono sembrare imposizioni o impossibili. Lo scrittore Bruce Feiler  afferma: ‘per quanto possano essere buone le nostre intenzioni, questo atteggiamento sposta la decisione sulla persona che soffre. Anziché offrire di fare qualcosa, semplicemente fatelo’.
  3. Non forzare qualcuno a godersi le vacanze
    Sostenere qualcuno che sta affrontando una tragedia o una perdita durante questo periodo dell’anno non significa cercare di farli sentire pieni di allegria natalizia. Bensì quello di accettare qualsiasi esperienza di vacanza che vogliono. Non vogliono l’albero di Natale? Bene. Vogliono saltare i servizi religiosi quest’anno? OK.
  4. Apprezzare i vecchi ricordi e crearne di nuovi
    Fornisce conforto mostrare la nostra volontà di amare i vecchi ricordi e di crearne di nuovi. Concentrarsi sui piccoli momenti, creare piccole attività piuttosto che dissuaderli dal loro dolore. E questo possiamo farlo anche in ufficio… creare nuovi rituali, creare piccole bolle di felicità.

 

Il dolore è un sussurro per il mondo, ma un clamore dentro di noi.
Più del sesso, più della fede, perfino più della morte, il dolore viene ignorato pubblicamente e non se ne parla se non in quei brevi momenti ai funerali (Anna Quindlen)
.

Motivation Moves People riprende la scrittura nel 2018!

 

Tratto da:

https://optionb.org/

http://mashable.com/2017/11/30/how-to-help-someone-grieving-during-holidays-option-b/#YneIsxeoAOqC

Sheryl Sandberg & Adam Grant (2017). Option B. Affrontare le difficoltà, costruire la resilienza e ritrovare la gioia. HaperCollins.

Immagine: AMBAR DEL MORAL / MASHABLE

 

8 comportamenti manageriali di successo

In che modo abbiamo imparato ad essere manager?
Pensiamo a come lo abbiamo appreso, e scegliamo tra queste sei alternative, le due fonti d’insegnamento sulla leadership che riteniamo più importanti:

  • Libri
  • Corsi
  • Capi (insegnamenti positivi e negativi)
  • Modelli di comportamento (all’interno o all’esterno dell’ambito lavorativo)
  • Coetanei e colleghi
  • Esperienza personale

Per la maggior parte dei manager si tratta di una combinazione di esperienza personale, osservazione di altri capi, modelli di comportamento e colleghi.
Libri e corsi non sono neanche presi in considerazione.
Brutta notizia per Motivation Moves People 😉

Cosa significa questo? La strada verso la leadership è costellata di casualità. Se abbiamo avuto capi in gamba e belle esperienze, per noi significa successo. Se abbiamo lavorato con capi mediocri e cattive esperienze finiamo in un vicolo cieco.

Un training sull’essere manager oggi può servire a rendere meno incerto il cammino accidentato dell’esperienza e a trovare un senso nelle situazioni assurde che si incontrano giorno per giorno.

Un training sull’essere manager oggi può donarci tempo prezioso per riflettere sul nostro operato quotidiano, renderci consapevoli di quali vie stiamo percorrendo con successo e di quali converrebbe abbandonare il cammino.

Un training sull’essere manager oggi ci aiuta a trovare soluzioni pratiche a domande come:

  • Cosa è più semplice per un manager? Dire ai membri del proprio staff cosa fare.
    È anche la via più efficace?
  • Per il nostro collaboratore, e per noi, cosa è meglio? Che il collaboratore sia abile anche a ‘porsi il problema’, che abbia la capacità e la spinta di cercare soluzioni
  • Quanto, come e cosa deleghiamo? Ogni manager sa che è più facile e veloce fare le cose da sé. Nel breve termine funziona… nel lungo?

La scienza e l’esperienza ci aiutano a definire quali sono gli 8 comportamenti manageriali di successo

  1. essere un buon ‘allenatore’
  2. potenziare il proprio team e non usare uno stile di micro-management
  3. esprimere interesse per il successo e il benessere dei dipendenti
  4. essere produttivo e orientato ai risultati
  5. essere un buon comunicatore e ascoltare la propria squadra
  6. aiutare i collaboratori con lo sviluppo della carriera
  7. avere una visione chiara e una strategia per il team
  8. avere competenze tecniche chiave, in modo da poter aiutare e consigliare la squadra

Vogliamo continuare a crescere per diventare sempre più ‘il miglior capo che c’è in noi’?

Siamo incuriositi da cosa Motivation Moves People propone?

Vogliamo prenderci del prezioso tempo per la cura di noi stessi, dei nostri pensieri e delle nostre azioni manageriali?

Scrivici e risponderemo… e se non foste iscritti al blog, vi invieremo in regalo un ebook.

È un pensatore: vale a dire è bravo a vedere le cose più semplici di quel che sono.
(Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, 1882)

Immagine: Il pensatore di Rodin

 

Non lo so, è così che si fa da queste parti! Suona familiare?

Quante volte abbiamo sentito dire che ‘le aziende devono stare al passo, devono cambiare’… e poi osserviamo e viviamo un non-cambiamento in cui la cultura aziendale e i comportamenti organizzativi rimangono uguali.
Possiamo ascoltare frasi come: ‘Perché qui si fa così’, ‘Lo facciamo da sempre…’ come se il comportamento fosse un’abitudine, un’abitudine consolidata. E proprio l’abitudine è il fattore che ostacola il cambiamento. L’abitudine non permette di chiedersi il perché si faccia qualcosa in quel specifico modo, non consente di mettere in discussione il nostro modus operandi.

Simon Sinek ci stimola a invertire la consuetudine, partendo dal perché facciamo quello che facciamo, per poi presentare il nostro cosa. Simon Sinek ci dimostra che “la gente non compra quello che facciamo, compra il motivo per cui lo facciamo”.

Perché l’abitudine è più forte della potenzialità del cambiamento? Perché è così faticoso partire dal perché?

Un esperimento condotto da Stephenson nel 1967 può aiutarci a comprendere.
Stephenson ha coinvolto 10 scimmie, una gabbia, una banana, una scala e uno spruzzatore di acqua gelata.

Esperimento, prima parte.

5 scimmie sono state chiuse dentro una gabbia, una banana è stata appesa al soffitto ed è stata posizionata una scala in modo che potesse essere utilizzata per raggiungere la banana.
Quando la prima scimmia ha cominciato a salire la scala per prendere il frutto, il ricercatore l’ha spruzzata con acqua gelata. Oltre a spruzzare la scimmia che ha tentato di raggiungere la banana, ha bagnato anche le altre 4 nella gabbia.
Poi, una seconda scimmia ha provato a raggiungere la banana, e anche lei è stata spruzzata con acqua gelata. A turno, casualmente, tutte e 5 le scimmie hanno subito la punizione. La procedura è stata ripetuta fino a quando nessuna delle 5 scimmie ha più tentato di afferrare il frutto.

Esperimento, seconda parte.

Quando più nessuna scimmia agiva per conquistare la banana, è stata introdotta una nuova scimmia nella gabbia e tolta una delle 5 iniziali. La nuova scimmia ha subito tentato di raggiungere la banana ma le altre 4, conoscendo l’esito di quel tentativo, l’hanno assalita, costretta a scendere dalla scala e rinunciare al frutto. Ogni volta che la nuova scimmia ha provato a raggiungere la banana è stata bloccata dalle altre.  Alla fine anche lei, come le altre 4 scimmie, ha rinunciato a mangiare la banana senza mai essere stata spruzzata con l’acqua gelata, quindi senza sapere perché non potesse farlo. A questo punto un’altra scimmia scelta tra le 4 originarie rimaste, è stata sostituita con una nuova. Il nuovo gruppo era composto da 3 delle scimmie iniziali (che sapevano perché non tentare di prendere la banana), 1 scimmia che aveva imparato a rinunciare alla banana a causa della reazione violenta delle altre e 1 scimmia nuova. La scimmia nuova, come previsto, ha tentato di raggiungere la banana. Come era avvenuto con la scimmia precedente, sono state le altre scimmie a impedirle di raggiungere il frutto senza che il ricercatore dovesse spruzzare dell’acqua. Anche la prima scimmia sostituita, quella che non era mai stata spruzzata ma era stata dissuasa dalle altre, si è attivata per impedire che l’ultima arrivata afferrasse la banana.

Esperimento, terza parte.

Ripetendo la procedura di sostituzione delle scimmie inziali con quelle nuove, si è arrivati al caso in cui tutte e 5 le scimmie non erano mai state spruzzate con l’acqua. L’ultima entrata nella gabbia ha tentato di prendere la banana ma le altre 4 l’hanno ostacolata e punita. Stephenson descrive l’atteggiamento inquisitore dell’ultima scimmia arrivata, come se cercasse di capire il perché del divieto di mangiare quella banana così invitante. Nel suo racconto le altre scimmie si sono guardate tra loro, quasi a cercare questa risposta. Il problema è che nessuna delle scimmie presenti la conosceva, perché nessuna era stata punita dallo sperimentatore per averci provato, era stato il gruppo a opporsi.

Una nuova regola era stata tramandata alla generazione successiva, ma le sue motivazioni erano scomparse con il venir meno del gruppo che l’aveva appresa

‘Non lo so, è così che si fa da queste parti! Suona familiare?

 

Bibliografia

Stephenson, G. R. (1967). Cultural acquisition of a specific learned response among rhesus monkeys. In: Starek, D., Schneider, R., and Kuhn, H. J. (eds.), Progress in Primatology, Stuttgart: Fischer, pp. 279-288.

Simon Sinek (2014). Partire dal perché. Come tutti i grandi leader sanno ispirare collaboratori e clienti. Franco Angeli.

http://psiche.org/articoli/lesperimento-delle-5-scimmie-come-si-tramandano-regole/

Argomento ‘che brucia’: il burnout per generosità. 7 modi per essere generosi e non bruciarsi

Mettersi a disposizione degli altri per troppo tempo ed energie rischia di danneggiare noi stessi e le persone che vogliamo aiutare.

Si potrebbe pensare che sarebbe meglio essere egoisti, cioè degli arrivisti nelle interazioni. Il tipico pensiero dell’egoista è: ‘tu cosa puoi fare per me’. L’opposto è uno “generoso.” È qualcuno che inizia gran parte delle interazioni chiedendo: “Cosa posso fare per te?”

Negli ultimi anni, gli studiosi in ambito organizzativo si sono posti sempre più spesso la domanda su quali siano gli effetti di avere per colleghi persone più o meno “generose” (tra questi lo studioso Adam Grant).

Adam Grant ha intervistato oltre 30.000 persone in aziende di tutto il mondo. Ha trovato che molte persone sono proprio nel mezzo tra chi dà e chi prende. Scelgono questo terzo stile detto “mediatore.” Se fossimo un mediatore, proveremmo a tenere un equilibrio tra dare e prendere: quid pro quo: farò qualcosa per te se farai qualcosa per me. Questo sembra un modo sicuro per vivere la propria vita. Ma è il modo più efficace e produttivo per vivere la propria vita? …forse.

Grant ha studiato la produttività di ingegneri, i voti degli studenti di medicina, il fatturato di agenti di commercio… E inaspettatamente, i peggiori in ognuno di questi lavori erano i generosi. Gli ingegneri che realizzavano meno “lavoro” erano quelli che facevano più favori di quanti ne ricevessero. Erano così intenti a fare il lavoro degli altri, che non avevano più tempo ed energia per completare il proprio. Nella scuola di medicina, i voti più bassi erano degli studenti che concordavano di più con frasi come: “Mi piace aiutare gli altri”, il che implica che il medico di cui ti dovresti fidare è uno che ha concluso la facoltà di medicina con nessun desiderio di aiutare altri. Anche nelle vendite, gli incassi più bassi erano dei commessi più generosi. Quanti di noi si stanno identificando con l’ingegnere, o lo studente, o il venditore?

La svolta: le persone generose spesso si sacrificano, ma rendono la propria organizzazione migliore. Quanto più le persone aiutano e condividono la propria conoscenza e forniscono una guida, tanto migliori sono i risultati dell’azienda: maggiori profitti, soddisfazione del cliente, permanenza del personale — anche più bassi costi di gestione. I generosi passano molto tempo provando ad aiutare gli altri e a migliorare il gruppo, e purtroppo ne risentono lungo la strada.

Se i generosi sono quelli che riescono peggio, chi sono i migliori? Non sono gli egoisti. Gli egoisti tendono a salire ma anche a cadere rapidamente in molti lavori. E cadono per mano dei mediatori. Se sei un mediatore, credi in “occhio per occhio” — un mondo giusto. E quando incontri un egoista, senti che la tua missione nella vita è punire quella persona buttandola fuori. In questo modo giustizia è fatta.

La maggioranza delle persone sono mediatori. Significa che se sei un egoista, alla fine si adeguerà a te; ognuno raccoglie ciò che semina. E quindi la logica conclusione è: quelli che riescono meglio devono essere i mediatori. Ma non lo sono. In ogni lavoro, in ogni organizzazione che Adam Grant ha studiato, I MIGLIORI RISULTATI SONO ANCORA DEI GENEROSI.

I generosi vanno da un estremo all’altro. Rappresentano la maggior parte di quelli che guadagnano meno, ma anche di più. Lo stesso schema valeva per la produttività degli ingegneri e per i voti degli studenti di medicina. I generosi sono molto presenti in fondo e al vertice di ogni tipo di successo che ha misurato.

Queste persone sono quelle più valide, ma se non sono attente, si esauriscono. Adam Grant ha imparato una importante lezione dal miglior networker secondo Fortune. Il suo nome è Adam Rifkin. È un imprenditore di successo che utilizza molto del suo tempo aiutando altre persone. La sua arma segreta è il favore da cinque minuti. Rifkin ha detto: “Non devi essere Madre Teresa o Gandhi per essere un generoso. Devi solo trovare piccoli gesti per dare valore alla vita delle altre persone“. Quei favori di cinque minuti sono davvero importanti per aiutare i generosi a fissare dei confini e proteggersi.

Se anche tu pensi di ‘bruciare per generosità’, qui una lista che gli studiosi Grant e Rebele hanno stilato per aiutarci a continuare ad essere generosi (perché fa bene, sia a noi sia al mondo intero) senza bruciarsi.

7 abitudini comportamentali dei giver (i generosi che non si bruciano).

  1. Stabilire le priorità alle richieste di aiuto
  2. Dare in modo strategico: seguendo i propri interessi e punti di forza
  3. Distribuire il carico di donazione in modo più uniforme (delegare le richieste agli altri quando non si hanno il tempo o le competenze, e fare attenzione a non rafforzare i pregiudizi di genere su chi aiuta e come).
  4. Assicurare per prima cosa la propria maschera di ossigeno: si aiuta gli altri in modo più efficace se non si trascurano le proprie esigenze.
  5. Amplificare il proprio impatto cercando modi per aiutare più persone con un singolo atto di generosità.
  6. Organizzare il proprio dare in giorni o blocchi di tempo dedicati piuttosto che spargerlo per tutta la settimana. Si è più efficaci e più concentrati.
  7. Imparare a individuare coloro che prendono solo e starne lontani. Sono un salasso per la propria energia, e un rischio per le proprie prestazioni professionali.

 

Tratto da:

https://www.ted.com/talks/adam_grant_are_you_a_giver_or_a_taker?language=en

Grant, A. & Rebele, R. (2017). Beat generosity burnout. Harvard Business Review. [online] https://hbr.org/cover-story/2017/01/beat-generosity-burnout

 

Ringrazio i miei cugini e un gruppo di lavoratori che hanno partecipato ad un workshop su Come vincere lo stress per avermi sollecitato su questo argomento.

E se fosse proprio la nostra stessa esperienza (anche traumatica, negativa) a precluderci il successo?

Pensiamo alle nostre esperienze di vita: sono di più quelle positive o quelle negative?
Idealmente le esperienze positive (che ricordiamo e vogliamo ricordare) dovrebbero essere predominanti. Perché?

Purtroppo, gran parte dei ricordi di molte persone è costruita su stati negativi. In questi casi la negatività penetra profondamente, si acuisce e intossica la mente, tanto che le reazioni tendono a essere esagerate rispetto all’effettiva realtà. Secondo gli psicologi Martin Seligman e Steven Sauter l’essere umano può acquisire «un atteggiamento di impotenza appresa». Cosa significa?

Seligman identificò un fenomeno imprevisto utilizzando le tecniche di Pavlov (il classico condizionamento) in alcuni esperimenti sui cani. Il fisiologo russo Ivan Pavlov aveva notato che quando ai cani veniva portato del cibo la loro salivazione aumentava. Poi scoprì che salivavano anche al suono di un campanello che preannunciava il cibo, e infine al solo suono del campanello, senza che alcun cibo fosse loro servito. I cani avevano ormai imparato ad associare il campanello al cibo.

Nel suo esperimento, invece di associare campanello e cibo, Seligman collegò il suono del campanello a una scossa innocua, imprigionando il cane in una specie di amaca durante la fase di apprendimento. L’idea era che dopo avere appreso tale associazione, il cane avrebbe dovuto provare paura al suono del campanello, fuggendo o manifestando qualche altro comportamento per evitare la scossa. Poi Seligman ripeté l’esperimento mettendo il cane che aveva subito il condizionamento in una gabbia divisa in due da un basso divisorio, una parte elettrificata, l’altra no. L’animale avrebbe potuto facilmente saltare il divisorio se avesse voluto, ma quando il campanello suonò non fece nulla. Lo scienziato decise allora di dare un’altra scossa al cane, e poi un’altra ancora, ma non accadde nulla: l’animale rimaneva nella sua posizione. Infine, quando Seligman mise nella gabbia un cane non condizionato, come previsto questo saltò immediatamente nell’altro lato. Quello che il cane condizionato aveva appreso quando si trovava nell’amaca era che scappare sarebbe stato inutile, pertanto non ci provava nemmeno quando le circostanze lo rendevano possibile. Il cane aveva imparato a essere impotente e passivo, in altre parole era diventato un ostaggio.

La teoria dell’impotenza appresa fu in seguito estesa al comportamento umano e fornì un modello per spiegare una condizione caratterizzata dalla mancanza di controllo sulla propria vita, uno stato di indifferenza e insensibilità. L’essere umano può imparare ad essere impotente, quando crede che qualunque iniziativa intrapresa sia inutile. Il sentimento di impotenza appresa produce conseguenze a livello cognitivo, motivazionale e emozionale.

Chi permette ai propri pensieri di diventare negativi tende a considerare la propria situazione senza uscita, più di chi ha una mentalità positiva. Purtroppo, molti di noi diventano ostaggi a causa della passività, sopportando il dolore — come i cani di Seligman — e senza riuscire a capire che possediamo la forza di reagire. Sentirsi impotenti avvelena l’individuo avvolgendolo in un senso di inadeguatezza o intrappolamento. Il veleno crea un ciclo di continue interpretazioni negative della realtà.

Possiamo cogliere il veleno nel nostro stato mentale semplicemente ascoltando le parole che usiamo. Ecco alcune frasi:

  • Non ho scelta
  • Sono in trappola
  • Mi sento malissimo
  • È una cosa che odio
  • Sarà un’altra di quelle giornate…

Simili frasi sono tipiche di un dialogo negativo con noi stessi, e nascono dal nostro mondo interiore. Tale dialogo, che avviene nella nostra mente, può tenerci in ostaggio oppure aiutarci a gestire la situazione. Sentiamo di essere in ostaggio quando avvertiamo che siamo costretti a fare qualcosa che non vogliamo fare, dopodiché manteniamo un’attitudine negativa. Una mentalità da ostaggio si fissa sugli elementi negativi, mostrandoci di continuo quello che non possiamo fare, quanto siamo impotenti e che non riusciremo mai a ottenere ciò che vogliamo.

E se un amico ci dicesse ‘starò sempre male’… ‘non sarò mai felice’, noi possiamo aiutarlo a riformulare la frase, ad esempio, con ‘ora sto male e questo dolore lo proverò ogni tanto’.
Possiamo cogliere l’opportunità di controllare il nostro linguaggio e, quindi, il nostro atteggiamento verso la vita e sviluppare nuove strategie di successo?

A noi la scelta!

 

Tratto da:

George Kohlrieser, 2011, La scienza della negoziazione. Come gestire i conflitti e avere successo (nella vita e nel lavoro), Sperling & Kupfer, pp.11-32.

Sheryl Sandberg & Adam Grant (2017). Option B. Affrontare le difficoltà, costruire la resilienza e ritrovare la gioia. HaperCollins.

Foto tratta da: https://www.linkedin.com/pulse/limpotenza-appresa-ossia-la-corda-dellelefante-andrea-laudadio/

Tutto ha almeno due facce

Oggi ci arricchiamo attraverso l’esperienza di Ed Viesturs, uno dei pochi alpinisti al mondo a riuscire nell’impresa di scalare tutti i 14 ottomila in “stile alpino”, ovvero con una attrezzatura leggera e senza l’ausilio di ossigeno supplementare. Le sue parole sono tratte dal libro K2, La montagna più pericolosa della terra.

‘Sono stupito. Ogni storia può essere raccontata in dozzine di modi diversi. Per questo stesso motivo credo che ogni volta che riesaminiamo un capitolo importante della nostra vita, impariamo qualcosa di nuovo.’

Queste sue parole ricorda a noi uomini un principio cardine: tutto ha almeno due facce. Cosa significa per noi manager (inteso come manager di noi stessi)?

Due commercianti di scarpe partono da Manchester per avviare un giro d’affari in Africa. I due, dopo essere arrivati a destinazione ed essersi guardati un po’ intorno, scrivono due telegrammi al loro capo. Il primo scrive: ‘siamo spacciati, nessuno porta le scarpe’. Il secondo scrive: ‘grandissima opportunità, nessuno porta le scarpe!’

Noi a chi assomigliamo tra questi due commercianti?

Tendenzialmente il 90% degli esseri umani vede il negativo, il problema (e le sue difficoltà e anche il fallimento); c’è anche il 10% che è capace di vedere il positivo, l’opportunità nel problema (e affrontare la realtà in modo alternativo, creativo). Quando un venditore presentando il suo prodotto dice: ‘questo taccuino costa 10 euro’ cosa sentiamo? E quando un venditore dice: ‘questo taccuino vale 10 euro’ cosa sentiamo? È sempre lo stesso taccuino da 10 euro.

Qual è la qualità del Manager che quando il 90% delle persone attorno a lui vede negativo, lui/lei vede nella stessa identica situazione il positivo? Che tipo di comportamento attiverà? I suoi collaboratori come si sentiranno? Che clima organizzativo creerà? Quale motivazione starà vivendo?

Perché quel Manager riesce a vedere il positivo, l’opportunità nel problema? Perché ha avuto una vita tutta ‘rosa e fiori’? Un manager che ho incontrato lo ha spiegato così, utilizzando una metafora del suo paese. ‘Due gemelli. Un padre violento, ubriaco, abusatore. Un figlio, divenuto adulto, è drogato, ubriaco, violento. Gli si chiede il perché e lui risponde: ‘Ho visto mio padre’. L’altro figlio, divenuto adulto, è medico, pacifico, che aiuta gli altri. Gli si chiede il perché e lui risponde: ‘Ho visto mio padre’.

Ora riesaminando un capitolo della nostra vita, cosa possiamo imparare? Oggi quale commerciante vogliamo essere? Che figlio/a, padre, madre vogliamo diventare?

Sta a noi la scelta di vedere il positivo!

Come dice Stephen W. Hawking: Per quanto difficile possa essere la vita, c’è sempre qualcosa che è possibile fare. Guardare le stelle invece dei nostri piedi.

Perché abbiamo iniziato a fare quello che facciamo?

Che cosa possiamo fare per realizzare il nostro ideale?

 

Conoscere il nostro PERCHÉ non è l’unico modo per avere successo, ma è l’UNICO modo per conquistare un successo duraturo. Quando il nostro perché diventa confuso, è molto più difficile mantenere la crescita. Invece di chiederci ‘Che cosa dobbiamo fare?’, potremmo chiederci: Perché abbiamo iniziato a fare quello che facciamo? E poi chiederci: che cosa possiamo fare per realizzare il nostro ideale?

Nei giorni scorsi c’è stata la festività di Ogni Santi e abbiamo ricordato i nostri cari, e sicuramente ci è sovvenuto qualche ricordo, una memoria, un insegnamento… qualche cosa di immateriale che ci hanno lasciato. E noi, cosa vogliamo lasciare? Perché facciamo quello che facciamo? Qual è la nostra legacy (che non è solo la nostra eredità economica… è quel qualcosa in più).

“Se qualcuno di voi sarà qui nel giorno della mia morte, sappia che non voglio un grande funerale. E se incaricherete qualcuno di pronunciare un’orazione funebre, raccomandategli che non sia troppo lunga. Ditegli di non parlare del mio premio Nobel, perché non ha importanza… Dica che una voce gridò nel deserto per la giustizia. Dica che ho tentato di spendere la mia vita per vestire gl’ignudi, per nutrire gli affamati, che ho tentato di amare e servire l’umanità” (Martin Luter King)

Queste parole furono pronunciate al sermone del 4 febbraio nella Chiesa di Ebenezer. Il 4 aprile 1968 Martin Luther King fu assassinato

 

Prendiamoci qualche minuto e chiediamoci ‘Perché facciamo quello che facciamo?’ E cosa vogliamo lasciare ai nostri ‘figli’… Partire dal perché è il cuore della nostra motivazione.
‘When you’ve lost your why, you’ve lost your way’ (quando perdiamo il nostro perché, perdiamo la nostra via)

 

 

Simon Sinek (2014). Partire dal perché. Come tutti i grandi leader sanno ispirare collaboratori e clienti, Franco Angeli.