Essere ottimisti… è sufficiente per raggiungere l’obiettivo?

Come raggiungere un obiettivo? Quante volte abbiamo sentito frasi come ‘Be optimistic’, o ‘Look the positive side’ (guarda il lato positivo) o ‘Se puoi sognarlo, puoi farlo (Walt Disney)’. Indubbiamente ci aiutano in una situazione difficile, ci fanno e danno piacere in quel momento… ma ci portano veramente a raggiungerlo?

Ipotizziamo che uno dei nostri hobby sia la maratona e che vogliamo gareggiare alla maratona di New York il 4 novembre. Siamo comodamente seduti sul divano e sogniamo… possiamo farcela… ci immaginiamo tra la folla dei maratoneti… e ci vediamo al traguardo: ‘sì, posso farcela!’

Questa è fantasia, non è realtà! Se non ci alleniamo in modo determinato, tenace, se non combattiamo la nostra pigrizia e tutti gli imprevisti, non possiamo raggiungere il traguardo di New York, nemmeno se l’abbiamo immaginato!

Tutti noi abbiamo obiettivi, in ambito professionale e personale. Può succedere di trovare ostacoli che ci impediscono di raggiungere gli obiettivi? Come ci comportiamo quando ci sono ostacoli? Detto in altro modo: come possiamo trasformare in azione un sogno?

Gli scienziati ci possono aiutare (frutto delle ricerche della neuroscienziata Prof.ssa Gabriele Oettingen) affinché la percentuale di raggiungimento dei propri obiettivi aumenti enormemente. Interessati?
Un acronimo ci può aiutare: DROP, Desiderio – Risultato concreto – Ostacolo – Piano (in inglese Wish Outcome Obstacle Plan)

Questo acronimo ci mostra innanzitutto due regole:
1. PRIMA il futuro desiderato, POI l’ostacolo.
L’essere umano è tentato ad elencare prima tutti gli ostacoli e poi il futuro desiderato. Qui invece, affinché il desiderio si realizzi, è importante NON invertire l’ordine.
2. Il PIANO è un’azione fisica (non è pensare!), è inteso come ‘se…allora…’
E_Se il singolo obiettivo avesse diversi ostacoli, applicare il processo ed identificare un piano per OGNI ostacolo.

Un esempio?
Desiderio: voglio dare l’esame di diritto tra 30 giorni
Risultato: avrò finito tutti gli esami della sessione e potrò andare qualche giorno in vacanza
Ostacolo: mi distraggo spesso andando su Facebook
Piano inefficace: Se sarò pigro e disorganizzato, allora ricorderò a me stesso che per vincere ci vuole entusiasmo, organizzazione, autodisciplina, metodo (Può veramente funzionare??? Basta pensarlo??? )
Piano efficace: se invece di studiare perdo tempo su Facebook, allora spegnerò il telefono e staccherò la batteria (questa è una azione pratica)

A quale obiettivo, personale o professionale, vuoi applicare il DROP? (c’è anche una app.

Sappiamo resistere al ‘marshmallow’?

Il 12 settembre è venuto a mancare a 88 anni Walter Mischel, uno dei più citati psicologi del Novecento.

Walter Mischel negli anni Sessanta coinvolse più di 600 bambini (4-6 anni) in un esperimento. A questi bambini venne consegnato un marshmallow: potevano mangiarlo subito o aspettare 20 minuti e in qual caso avrebbero avuto 2 marshmallow. Alcuni bambini lo mangiarono subito, alcuni lo accarezzarono, altri si coprirono gli occhi o giocherellarono nervosi sulla sedia frustrati. 1/3 dei 600 bambini riuscirono a gestire l’attesa per avere il secondo marshmallow. I bambini capaci di ritardare la gratificazione divennero uomini e donne più fiduciosi, autosufficienti, affidabili e perseveranti.

Walter Mischel divenne noto al grande pubblico e l’esperimento del marshmallow continuò ad essere una delle prove maggiormente riprodotte e discusse della psicologia contemporanea (qui si può vedere un video molto divertente: https://www.youtube.com/watch?v=8T9LMaZyd2M ).

Per noi adulti, quale potrebbe essere il nostro marshmallow, la nostra la tentazione?
Telefono, Facebook, multitasking, lavorare più ore, ridurre le ore di sonno…?

Consideriamo le email, strumento utile e fondamentale per il nostro lavoro (e non solo). Gli studi evidenziano che la nostra compulsione a rispondere alle e-mail è solo il nostro bisogno di rimanere in contatto per sentirci produttivi a breve termine con il minimo sforzo. Rispondere alla posta elettronica è anche un modo per evitare la fatica di smuovere l’energia per una messa a fuoco costante necessaria per un compito più impegnativo.

Quali modi, strategie usiamo per ri-focalizzarci? Come possiamo utilizzare al meglio quel muscolo che chiamiamo ‘autocontrollo’?

Formulando piani di azione: ‘se… allora…’ (se succedesse questo fatto, allora io farò, mi comporterò). E più il se (il fatto) è preciso, specifico, più possibilità ho di esercitare l’autocontrollo ed avere successo.
Ipotizziamo che stiamo scrivendo una relazione e continuiamo a ripeterci: dobbiamo finire la relazione. Questo pensiero non ci aiuterà nel raggiungimento dell’obiettivo. Come fare, come aiutare il nostro autocontrollo? Se entro mercoledì non avrò finito la relazione, allora sospenderò qualsiasi altra cosa fino a quando non avrò finito.

Il piano di azione accresce la possibilità di raggiungere l’obiettivo… è una strategia di anticipo, in quanto si ‘programma’ il nostro cervello ad un eventuale imprevisto, ad una eventuale situazione: il cervello sa già da prima come reagire ad una specifica situazione.

Heidi Grant afferma che la tecnica funziona non solo con gli individui, ma anche con i gruppi di lavoro.

Quante volte ci capita di avere obiettivi ‘sommari’? Quante volte ci capita di allungare i tempi per ‘colpa di tutti gli imprevisti’?
Cosa è un imprevisto, se non un previsto che non si sa dove e quando, ma arriverà?

Il piano d’azione ‘se-allora’ è una strategia di anticipo perché può aiutare le persone a focalizzarsi, a collaborare, a condividere informazioni e anche ad essere autonomi.

Dopotutto, somiglia a un se-allora istantaneo anche la brillante strategia usata istintivamente dai bimbi per resistere ai marshmallow: “Se mi viene una voglia matta di mangiarmi questo buon dolcetto, allora mi invento una canzoncina. O mi metto un dito nel naso”’. (Annamaria Testa)

Prossimamente una strategia pratica per applicare il piano ‘se-allora’.

 

Spunti tratti da:

Annamaria Testa (2016). I marshmallow e il magico potere della formula se-allora https://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2016/10/24/marshmallow-potere-autocontrollo-bambini-adulti

Heidi Grant (2014). Get your team to do what it says it’s going to do. Harvard Business Review  https://hbr.org/2014/05/get-your-team-to-do-what-it-says-its-going-to-do

Sei un multitasker proclamato?

Va bene ammetterlo. Amiamo vantarci di tutte le attività che stiamo ‘efficacemente’ svolgendo contemporaneamente. Anzi, ci mettiamo la medaglia multitasking come distintivo d’onore.

Vediamo ora cosa dice la scienza…

I multitasker sono le persone meno produttive di tutte. Sono peggio dei procrastinatori e lavoratori volutamente lenti. Ecco perché: i nostri cervelli non sono progettati per il multitasking. In effetti, la parola ‘multitasking’ non è stata nemmeno creata per le persone. Fu introdotta ufficialmente nel 1966 per descrivere nuove funzionalità nel campo dell’informatica. ‘Il multitasking è definito come l’utilizzo di una singola CPU per l’elaborazione simultanea di due o più lavori.’ ~ Datamation Magazine, 1966

Gli esseri umani non elaborando simultaneamente possono cambiare rapidamente punto focale da una attività all’altra; questo però comporta significativi costi di produttività. Quando si effettuano molti cambi durante il giorno si può arrivare a una perdita del 40% della produttività. Inoltre alcuni studi hanno mostrato che quando le persone sono interrotte e ‘dividono’ la loro attenzione, impiegano il 50% del tempo in più per portare a termine un compito e hanno il 50% di probabilità in più di fare errori.

In altre parole: più multitasking, peggiore diventa la capacità del cervello di concentrarsi. Il professor Paul Mohapel, autore di un articolo sulla neurobiologia della distrazione pubblicato su Healthcare Management Forum afferma che uno dei miti più difficili da abbandonare è quello del multitasking. Si crede, purtroppo, che il multitasking aumenti la propria efficienza. Invece le interruzioni, il passare da una attività all’altra riducono l’efficienza e abbassano il livello di energia. E per il ripristino ci vogliono 15/20 minuti.

Delle strategie per migliorare la nostra produttività sono:
a. Eliminare le interruzioni di telefono, colleghi, ecc.,
b. Creare delle ‘finestre’ per rispondere a email, ricevere telefonate, riunioni…
c. Fermarsi solo per questioni urgentissime; per il resto spostare le attività durante le “finestre”.

Sharon Salzberg consiglia che “piuttosto che dividere la nostra attenzione su vari compiti, è molto più efficace prendersi frequenti pause tra sessioni di attenzione focalizzata su un solo compito”; la tecnica è quella di focalizzarsi completamente su un compito per un periodo di tempo e poi prendersi una pausa prima di continuare o di muoversi verso un nuovo compito.
Anche lo psicologo Hao-Ting Wang e i suoi collaboratori hanno evidenziato che una pausa da un lavoro impegnativo, durante la quale la mente è lasciata libera di vagare, può portare a un rinvigorimento e a soluzioni creative non trovate quando si era perfettamente concentrati.

Siamo pronti a focalizzarci su un solo compito e poi prenderci una pausa?

 

Tratto da:

Danilo Di Diodoro (2018). Vagare con la mente è strettamente collegato al benessere interiore. https://www.corrierequotidiano.it/salute/02-07-2018/vagare-con-la-mente-e-strettamente-collegato-al-benessere-interiore

Luca Mazzucchelli (2014). 13 cose che le persone consapevoli fanno in modo diverso ogni giorno. http://www.psicologo-milano.it/newblog/psicologia-consapevolezza/

John Walston (2018), https://www.resourcefulmanager.com/

L’impossibile, talvolta, è ciò che non abbiamo ancora provato a fare!

Dove sono le più grandi opportunità? In ciò che abbiamo sempre fatto?
Abbiamo presente la soffitta o la cantina di casa, o un magazzino? Si continua a riporre cose fino a quando sono totalmente piene, e quando vogliamo aggiungere ancora qualcosa, alla fine arriva la necessità di togliere qualcosa.
La gestione del tempo può presentare analogie alla gestione di un magazzino? Di una cantina? Di una soffitta?

Gianluca Gambirasio nel suo libro ‘Gestire meglio il tempo’, aiuta a renderci consapevoli di come gestiamo il nostro tempo e ci spinge a provare qualche cosa di diverso, qualche cosa che non abbiamo ancora provato a fare… a fare quello che fino a ieri abbiamo considerato fosse impossibile. Cosa vogliamo provare a fare? Secondo Orazio Una delle peggiori tragedie dell’umanità è quella di rimandare il momento di cominciare a vivere. Sogniamo tutti i giardini incantati al di là dell’orizzonte, invece di goderci la vista delle aiuole in fiore sotto le nostre finestre.

È arrivato il momento di goderci la vista delle aiuole in fiore sotto le nostre finestre?

 

Magazzino Tempo lavorativo
Lo spazio a disposizione è limitato: ‘x’ metri cubi 24 ore (1440 minuti) al massimo di cui 8, 10, 12 o più di lavoro
Lavorando sull’ottimizzazione della disposizione dei materiali è possibile recuperare dello spazio nel magazzino Migliorando la propria efficienza nell’eseguire le attività è possibile guadagnare del tempo da dedicare ad altre attività
Quando il magazzino è ormai colmo è ora di decidere cosa vale veramente la pena conservare e cosa al contrario va buttato via Quando il tempo a disposizione è scarso occorre definire con attenzione le priorità d’azione e decidere cosa non fare
Ogni nuovo scatolone che voglio inserire in un magazzino pieno implica toglierne uno per lasciare spazio a sufficienza Dire di sì ad una richiesta implica non riuscire a portare a termine qualche altra attività in futuro (un ‘no silenzioso’)
Per avere un magazzino in ordine e sotto controllo occorre dedicare del tempo alla sua gestione Investire del tempo per pianificare ed organizzare il lavoro consente di migliorare la propria efficacia ed efficienza lavorativa
Una cattiva gestione degli spazi rischia di farci perdere tempo e di commettere errori, conservando cose inutili e buttandone altre utili Disorganizzazione, confusione ed inefficienza lavorativa rischiano di farci lavorare subendo gli eventi e non gestendoli attivamente

MotivationMovesPeople augura un magazzino in ordine, efficiente e pianificato a tutte e a tutti!

 

Tratto da: Gianluca Gambirasio (2015). Gestire meglio il tempo, Milano: Franco Angeli, p.16

La logica vi porterà da A a B. L’immaginazione vi porterà dappertutto. (Einsetein)

Qual è il significato di questo aforisma? Emile Couè, farmacista e psicologo francesce (1857-1926) ci aiuta chiedendoci: e se proprio questa volontà, questa logica di cui siamo così fieri cedesse il passo all’immaginazione?

Supponiamo di porre sul suolo un’asse lunga dieci metri e larga venticinque centimetri: tutti noi siamo capaci di percorrerla da un capo all’altro senza mettere il piede fuori di essa. Ora supponiamo che l’asse sia posta all’altezza delle torri di una cattedrale: siamo capaci di avanzare di un solo metro? O forse fatti due passi inizieremmo a tremare e, malgrado tutti gli sforzi della volontà, cadiamo? O ci fermiamo bloccati?

Perché non cadiamo se l’asse è posta sul suolo e perché cadiamo quando è sollevata?
Forse perché nel primo caso ci immaginiamo che sia semplice percorrerla tutta, mentre nel secondo immaginiamo di non potercela fare, bloccati dalla nuova visione del vuoto?

Per quanto la nostra volontà di avanzare sia forte, se immaginiamo di non potercela fare, saremo nell’impossibilità assoluta di farlo. Se alcuni di noi sono capaci di compiere quest’azione è perché immaginano di poterla compiere.

Ci è mai successo di tentare di ricordare il nome di una persona e più tentiamo più ci sfugge fino al momento in cui, sostituendo nel nostro cervello l’idea con un’altra qualsiasi, ci si ripresenta spontaneo, senza sforzo? E quando vogliamo trattenerci dal ridere e invece il riso scoppia più violento quanto maggiori sono gli sforzi per reprimerlo?
Mai successo di seguire una dieta e davanti ad un gelato cedere? Non ho potuto trattenermi… era più forte di me (anche di fumatori che vorrebbero smettere di fumare, ma sono incapaci di questa rinuncia, malgrado la loro volontà). Lo psicoanalista Charles Baudouin definisce questo comportamento attraverso la Legge dello sforzo convertito: ‘ogni volta che immaginazione e volontà entrano in conflitto, immancabilmente l’immaginazione ha la meglio sulla volontà’. Contrariamente al senso comune, non è la volontà che mette in moto il cambiamento, ma la nostra immaginazione. E quando volontà e immaginazione sono in disaccordo dentro di noi, prevale l’immaginazione.

Noi crediamo di compiere liberamente ogni nostra azione… e se fosse la nostra immaginazione a tenere i fili del nostro comportamento?

Un esempio? Cosa diciamo ad un bambino che sta iniziando ad andare in bicicletta? Con quale visione lo aiutiamo? ‘attento che cadi’ o con ‘bravo, mantieni l’equilibrio’? Quale delle due aiuterà di più il bambino al suo successo? Il linguaggio è risultato della nostra immaginazione.

Come possiamo guidare la nostra immaginazione? Come possiamo allenare la nostra mente a immagini di successo? A pensieri che creano comportamenti di successo? A motivazioni personali, intrinseche di successo? Basta avere i pensieri o possiamo anche allenarli, come fossimo in palestra, anche per i momenti più bui?

Tutti i giorni, da quando siamo al mondo, inconsciamente rispondiamo a stimoli… ora ‘basta’ apprendere come coscientemente creare visioni positive. Basta educare la nostra mente a visioni vincenti.

Come Emile Couè diceva: per ottenere una cosa devi innanzitutto immaginarla nella tua mente per poi renderla reale. Non si tratta di volere una cosa ma di immaginarla…
“Non la volontà bensì l’immaginazione è la prima delle facoltà umane”. (Emile Coué).

 

Tratto da:
Émile Coué (ristampa 2013), Il dominio di se stessi. Macro Edizioni.

Quale storia stiamo raccontando a noi stessi? Velcro o Teflon?

Ci stiamo raccontando una storia che dà piacere ed è benefica o una storia che dà sofferenza ed è malefica? Se il mondo reale non ci piace, ce ne inventiamo uno nel quale stare ‘bene’, che ci dà sollievo; oppure pur non essendoci più pericoli fisici dell’ambiente come per l’uomo preistorico, creiamo nemici ben più pericolosi dentro il nostro cervello?

Le aggressioni reali, quelle fisiche, sono ormai relativamente rare, eppure la nostra Amygdala è sempre sollecitataperché il nostro sistema d’allarme ‘non distingue fra aggressioni fisiche reali e aggressioni simboliche pensate’. Quest’ultime provengono dal cervello, non dal mondo esterno. È il nostro cervello, sulla base della sua memoria, con tutti i ragionamenti che può fare, che decide se siamo in pericolo oppure no. Come scrive Giulio Cesare Giacobbel’elenco degli animali pericolosi per l’uomo in epoca preistorica fa ridere al confronto dei pericoli che il nostro pensiero è in grado di creare oggi’. I pericoli inventati dal nostro pensiero sono praticamente infiniti. Dale Carnagie, autore de Come trattare gli altri e farseli amici, scriveva che il 99% delle cose per cui siamo in ansia non accadono mai. Quasi tutte le ansie o l’infelicità derivano dall’immaginazione e non da fatti e dati reali.

C’è anche il detto: Quelli che non sanno vincere le preoccupazioni muoiono giovani.

Cosa significa? Nel 2012 una ricerca (Affective reactivity to daily stressors and long-term risk of reporting a chronic physical health condition) ha verificato che non sono gli stressor a danneggiare la salute. Sono le reazioni delle persone agli stressor che determinano quanto le persone soffriranno di problemi di salute. Si distingue quindi tra persone che quando incontrano un fattore stressante vi si appicciano come fossero fatte di VELCRO; all’opposto le persone TEFLON permettono allo stress di scivolargli via. E l’impatto non è solo quello immediato: è più probabile avere uno stato di salute peggiore da qui a 10 anni se i problemi e lo stress conseguenti restano attaccati addosso come il velcro (anziché farseli scivolare via come il teflon). Cosa possiamo fare? Cosa dice la scienza?
Cambiare il modo di vedere lo stress può farci stare meglio.
Ad esempio, noi esseri umani possiamo imparare tecniche di rilassamento e di meditazione adeguate alla vita occidentale, possiamo imparare ad essere più teflon e meno velcro. Questo è uno dei motivi per cui la mindfulness sta avendo sempre più seguito, sia per i risultati pratici che per le conferme cliniche.

Noi che atteggiamento abbiamo? La storia che ci stiamo raccontando è più velcro o più teflon?

 

Tratto da:

Giacobbe, G. C. (2013). Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita. Milano: Ponte alle Grazie

Piazza, J. R., Charles, S. T., Sliwinski, M. J., Mogle, J., & Almeida, D. M. (2012). Affective reactivity to daily stressors and long-term risk of reporting a chronic physical health condition. Annals of Behavioral Medicine, 45(1), 110-120.

Effetto persona e 6 comportamenti di ascolto attivo

Mai sentito ‘EFFETTO PERSONA’?
Quando un medico misura la pressione sanguigna a un paziente, i valori sono del 20 per cento più alti rispetto alle misurazioni effettuate dal paziente a casa sua. Questo effetto viene chiamato ‘effetto camice bianco’.

La neurofisiologia mostra che quando una persona è veramente in ascolto, si abbassa la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna; se invece non ascolta, battito cardiaco e pressione possono aumentare. L’atto di rispondere a una domanda è, ad esempio, una forma di ascolto; rifiutarsi di dare risposta è in genere una forma di non ascolto. L’effetto persona comporta che quando parliamo a qualcuno la nostra pressione sanguigna aumenta, quando invece ascoltiamo diminuisce.

Anche il nostro corpo ascolta. Come possiamo mostrare all’altro che stiamo ascoltando attivamente?
Rispondiamo a queste 6 domande per renderci consapevoli di quanto veramente ascoltiamo.

  1. Quando ascolto qualcuno cerco di leggere anche il suo linguaggio non verbale?
  2. Riesco a manifestare interesse in chi parla (ad es. cenni con la testa, domande di approfondimento)?
  3. Riesco a focalizzarmi sulla globalità del discorso anziché sulle singole parole, ponendomi la domanda “Quale messaggio mi sta trasmettendo?”
  4. Riesco a resistere alla tentazione di offrire le mie idee e conclusioni senza aver prima sondato l’opinione degli altri?
  5. Mentre l’interlocutore parla riesco a focalizzarmi sull’ascolto senza distrarmi per pensare alla risposta?
  6. Tendo a riformulare il messaggio ricevuto quando ho dei dubbi (“Se ho capito bene mi stai dicendo che……!”)? Oppure a sintetizzarlo: (“In sintesi mi stai dicendo che……….”?)

Amigdala e smartphone

Sappiamo che è l’amigdala che ci fa perdere la trebisonda, che permette al Neanderthal che c’è in ognuno di noi di rivivere, facendoci diventare più stupidi.

La ricerca ci mostra come viene coinvolta l’amigdala quando utilizziamo lo smartphone. Erik Peper e Richard Harvey dell’Università di San Francisco, in uno studio di aprile 2018, evidenziano che le notifiche di email, Facebook, Instagram, Snapchat, Twitter … possono ‘essere’ così importanti da interrompere quello che stiamo facendo e guardare il cellulare.

E in quel momento ci poniamo una domanda: Ignorare o interrompere quello che sto facendo?
Le notifiche attivano gli stessi percorsi neuronali di pericolo imminente, di attacco di un predatore, cioè i percorsi dell’amigdala. E possiamo rimanere sequestrati da questo comportamento: l’amigdala infatti memorizza con la ripetizione.

L’amigdala imprime le risposte comportamentali e questo può portarci alla dipendenza da smartphone. Il comportamento di dipendenza da uso di smartphone forma connessioni neurologiche nel cervello in modo simile alla dipendenza di sostanze stupefacenti, come gli oppiacei, causando interferenze nella produzione di dopamina (la dopamina è il neurotrasmettitore che regola la ricompensa e incoraggia le persone a svolgere attività che possano offrire piacere).

Se non diamo al nostro sistema il tempo di rigenerarsi (da smartphone), la degenerazione neuronale può avvenire.
Sappiamo che è difficile rompere una dipendenza e sappiamo anche che non è impossibile. Per ricaricarsi e ricostruire una connessione sociale, possiamo sviluppare una attenzione proattiva.

Alcune strategie per essere PROATTIVI sono:

  • Disattivare le notifiche delle app. in modo da non interrompono il lavoro
  • Pianificare il tempo per guardare e rispondere a Email, Facebook, Twitter, Instragram, Snapchat… si può anche informare gli altri degli orari pianificati di lettura (es. 11-12)
  • Organizzare un tempo ininterrotto di massima concentrazione (no social media in questo periodo)
  • Spegnere i devices digitali durante eventi sociali (cene o chiacchierate con amici, colleghi, familiari…)
  • Essere attivo, per scelta, quando siamo con gli altri (no social media)
  • Creare un gioco per evitare l’uso di smartphone. Ad esempio, quando si esce a cena, tutti posizionano il telefono nel mezzo del tavolo e si fa un accordo che la prima persona che tocca lo smartphone pagherà il conto (o il dolce…)
  • Creare tempo non strutturato senza stimolazione per consentire l’opportunità auto-riflessione e rigenerazione

 

Tratto da:

Peper, E. & Harvey, R. (2018). Digital addiction: increased loneliness, anxiety, and depression. NeuroRegulation, 5(1), 3-8.

Proviamo paura mentre parliamo in pubblico? Come aumentare la fiducia in noi stessi?

Molti di noi si sentono ansiosi quando si trovano a parlare di fronte ad un pubblico: nella mente si creano paure…
La domanda che possiamo porci è: tutte le paure che abbiamo sono reali oppure no? Una paura reale potrebbe essere quella di non gestire il tempo a disposizione in modo idoneo. Una paura ‘menzognera’, ad esempio, potrebbe essere quella di essere fischiati dal pubblico.

Come possiamo gestire le paure reali?

Disegniamo tre colonne su un foglio di carta. Nella prima colonna elenchiamo le nostre paure; nella seconda scriviamo la cosa peggiore che potrebbe accadere se quella paura si avverasse; nella terza colonna scriviamo la cosa migliore che potrebbe accadere se si avverasse quella paura.

Un esempio:

Possiamo usare questo strumento per essere sicuri di essere realisti riguardo alle proprie paure.

Per alzare il nostro livello di fiducia durante una presentazione, possiamo prestare attenzione al nostro linguaggio del corpo. Il modo in cui ci poniamo, ci sediamo e parliamo influiscono sull’opportunità di essere ascoltati o meno. Ad esempio, stare dritti con le spalle all’indietro aiuta a sentirsi sicuri e autorevoli. Inoltre in una presentazione è bene non tenere le braccia incrociate, bensì mani lungo i fianchi e il busto aperto e puntato verso il pubblico. Il corpo in questo modo invia il messaggio che si è aperti e degni di fiducia. E se riusciamo, cerchiamo anche di avere un tono di voce un po’ più basso del solito, per darci potere. Questo può contrastare l’effetto di nervosismo, che tende a spingere il tono della voce più in alto.

  Spunti da:

Bonchek, M. & Gonzales, M. (2018). 5 ways to get over your fear of public speaking. Harvard Business Review.

Come l’empatia può cambiare la nostra vita?

Oggi conosceremo parte del pensiero scientifico che sostiene l’idea di empatia. Un approfondimento come opportunità per capire meglio noi stessi e chi ci sta a cuore.

Alcuni dati:

  • oggi il 75% degli studenti universitari valuta se stessi come meno empatici rispetto agli studenti di 30 anni fa…
  • il 99% delle persone provano una qualche sorta di empatia (chi fa parte di quell’1%? … psicopatici)

Che cos’è l’empatia? L’empatia (dal greco: en dentro, pathos sentimento) è quando si comprende la prospettiva di qualcun altro e si vive, sperimenta quei sentimenti.

Come si differenzia dalla simpatia? Simpatia (dal greco: syn insieme, pathos sentimento. Nel significato originario molto simile ad empatia) è quando si ha compassione ma non necessariamente si condividono la prospettiva e/o le emozioni.

L’empatia è naturale. Gli esseri umani sono intrinsecamente empatici; infatti noi siamo strettamente connessi con le persone nella nostra vita (ad esempio i nostri cari).

La ricerca dimostra che le persone possono imparare ad avere empatia per un estraneo/straniero entrando in contatto con lui/lei anche solo poche volte (e anche solo per telefono). Inoltre le persone che usano del proprio tempo per l’auto-riflessione tendono ad avere più empatia.

COME AIUTA L’EMPATIA?

  • Abbassa lo stress: le persone che praticano qualche tipo di meditazione che incoraggia l’empatia, come l’essere amorevoli, riducono le risposte immunitarie indotte dallo stress e godono di una salute generale migliore. Un altro studio evidenzia che i medici che mostrano più compassione ai loro pazienti, hanno un livello di stress più basso in situazioni emotivamente intense.
  • Aiuta le nostre relazioni: le persone che riescono a cogliere il punto di vista del partner hanno una relazione più serena e sperimentano meno negatività con il loro partner.
  • Aiuta a sentirsi più connessi: l’empatia aiuta a sentirci legati agli altri, riducendo e dissolvendo le barriere tra di noi, favorendo lo spostamento da una prospettiva dell’interesse personale verso il dare altruistico.
  • Riduce il dolore: le persone che danno conforto e comprensione a un’altra persona che vive la stessa condizione, sperimentano (entrambe le parti) una diminuzione del dolore.
  • Rende i leader migliori: i capi che sono empatici tendono a ottenere prestazioni migliori dai dipendenti perché i dipendenti si fidano di loro in quanto i capi hanno a cuore i loro interessi.

COME ESSERE PIÙ EMPATICI?

L’empatia è una abilità che può essere sviluppata e praticata! Alcune strategie possono essere:

  • Essere curiosi e parlare con persone non appartenenti alla solita cerchia di amici e conoscenti.
  • Cercare gli aspetti in comune con gli altri, non le differenze.
  • Ascoltare veramente gli altri, e non aver paura di rendersi vulnerabili.
  • Leggere narrativa. Le persone che leggono narrativa hanno ottenuto un punteggio più alto in un test che ha chiesto loro di dedurre i pensieri e le emozioni degli altri (rispetto a coloro che leggono romanzi di uno specifico ed esclusivo genere letterario, o saggistica o nulla).
  • Provare un’altra vita. Come: se si è atei, provare ad andare in chiesa; leggere una pubblicazione con una prospettiva politica diversa rispetto alla propria.
  • Vivere nei panni di un’altra persona. Durante una conversazione immaginare quello che la persona sta pensando, o provando.

EMPATIA AL LAVORO

Come può il capo mostrare empatia ai propri collaboratori?

  • Ascoltare senza interrompere
  • Immaginare i ‘sentimenti’ dei collaboratori (come il collaboratore si sente)
  • Durante la conversazione, riformulare riflettendo con loro con una frase tipo: ‘Quello che dici è…’
  • Validare i loro sentimenti: ‘Comprendo i tuoi sentimenti…’
  • Mostrare sostegno e chiudere la conversazione

Nessuna analisi, per favore. L’empatia reprime il pensiero analitico e viceversa. È difficile per il cervello usare entrambe le abilità contemporaneamente. 

 

Tratto da: Do you have enough empathy? Why empathy matters. https://my.happify.com/hd/empathy-can-change-your-life-infographic/