Possiamo fare tutto? NO

Riusciamo ad accettare il fatto che non possiamo fare tutto? Il nostro tempo è come un magazzino: limitato.
Riusciamo a difenderci dagli imprevisti e dalle mille richieste?

Stabiliamo un ordine di priorità e prima di dire di sì analizziamo le conseguenze del nuovo incarico, rammentiamo tutte le attività che non saremo in grado di eseguire e/o gli obiettivi che raggiungeremo in ritardo.

Un sì detto si trasforma comunque in un no a qualche cos’altro.

Tutti noi sappiamo dare priorità… abbiamo anche il coraggio di decidere cosa non fare?

Forse è il momento di imparare dai bambini che sanno dire istintivamente ‘no’… da adulti, invece, diciamo ‘sì’ anche quando non possiamo farcela (e possiamo anche ‘bruciarci per generosità’) e cerchiamo di fare cose ‘in contemporanea’.

Proponiamo una autovalutazione, strutturato in 10 domande alle quali rispondere con Vero o Falso.

Sai dire no? V o F
1. Se mi accorgo che sono in ritardo su una scadenza, avviso
immediatamente l’interlocutore del problema
 
2. Sono sempre disponibile a dare una mano ai colleghi  
3. Lavoro troppo, sto sacrificando il mio tempo libero  
4. Quando si presenta un problema o un imprevisto è meglio
affrontarlo subito per non pensarci più
 
5. Mi sento in ‘trincea’: devo continuamente dare risposte e
dedicare tempo a troppi interlocutori subendo continue
interruzioni
 
6. Spesso svolgo compiti che dovrebbero essere effettuati da altri  
7. Se concordo che una cosa la faccio entro una certa scadenza
rispetto l’impegno con precisione
 
8. Dico sempre di sì al mio capo  
9. Nello scegliere cosa fare e cosa non fare nella giornata valuto
l’importanza dell’attività rispetto ai miei obiettivi
 
10. Vorrei lavorare meno ore ma non ci riesco. Ci sono sempre
troppe cose da fare ed imprevisti
 
Affermazione Vero Falso
1 0 punti 1 punto
2 1 punto 0 punti
3 1 punto 0 punti
4 1 punto 0 punti
5 1 punto 0 punti
6 1 punto 0 punti
7 0 punti 1 punto
8 1 punto 0 punti
9 0 punti 1 punto
10 1 punto 0 punti

Interpretazione.

Il punteggio può variare:
da un minimo di 0 punti: saper dire di no non è per lei un problema
ad un massimo di 10 punti: forse è il caso di aumentare la frequenza dei suoi no rispetto ai sì

Come motivare il nostro no?

  • Dico no alla richiesta ma ti aiuto a trovare una soluzione alternativa (es. Io non posso venire al convegno… chi è la persona che secondo te ha le competenze per presentare il lavoro?).
  • Dico no alla richiesta, ma dico sì alla persona (es. Non averne a male; questo mese sono assorbito dalla nuova riorganizzazione aziendale e non posso quindi far parte di questo progetto).
  • Dici no ora, sì più tardi (es. Riesco a tradurti la presentazione per lunedì prossimo – non per questo pomeriggio come mi hai chiesto).
  • Accetto i no degli altri (es. Ti capisco, anch’io sono molto indaffarato in questo periodo).

Cosa è meglio: un no detto chiaramente o una promessa non mantenuta?

E se rientriamo nel gruppo delle persone che dicono sempre sì, possiamo iniziare con un esercizio di consapevolezza elencando le cinque situazioni più frequenti in cui ci capita di dire sì quando invece sarebbe opportuno dire no.

Dopo averle scritte, ci impegniamo ad osservare quante volte riusciamo a dire no.

È questione di ALLENAMENTO e di riuscire ad EDUCARE gli interlocutori al rispetto del nostro tempo.

‘Non per bontà, per efficacia’.

Tratto da

Tratto da: Gianluca Gambirasio (2015). Gestire meglio il tempo, Milano: Franco Angeli, p.61-64.

Il metodo antistronzi

Ci è mai successo di leggere un libro e negli anni rileggerlo?
E che il libro sia e scientifico, e divertente?

Robert Sutton, professore di ingegneria gestionale all’Università di Stanford e consulente aziendale, nel 2007 ha pubblicato il libro, tradotto poi in italiano, dal titolo The no asshole rule. Building a civilized workplace and surviving one that isn’t. (Il metodo antistronzi. Come creare un ambiente di lavoro più civile e produttivo o sopravvivere se il tuo non lo è).

Il libro nasce dopo che la rivista ‘Harvard Business Review’, nel 2004, pubblicò le venti idee per l’economia del futuro tra cui quella di Sutton dove la parola ‘stronzo’ venne ripetuta per ben otto volte.

Perché siamo onesti… quale altra parola meglio rappresenta ed esprime il comportamento di prepotenti, maleducati, cafoni, bastardi, aguzzini, tiranni, maniaci oppressivi, despoti, sleali, egomaniaci?

Sarebbe bello avere un ‘rilevatore di stronzaggine’ sia per capire le persone attorno a noi sia per capire quando ci stiamo comportando in modo aggressivo o insensibile. Una specie di rilevatore che misura il comportamento di una persona sul momento.Questo rilevatore non è in vendita.
La buona notizia è che Sutton ha preparato un test individuale che ci aiuta a capire se siamo degli stronzi patentati. Prende spunto dalle ricerche ed è ‘utile’ per un controllo individuale.

Siamo abbastanza coraggiosi per non imbrogliare noi stessi e pronti a calcolare il nostro punteggio di stronzaggine?

TEST: SEI UNO STRONZO PATENTATO?

Segnali che lo ‘stronzo interno’ sta tirando fuori la testa

Istruzioni: Indicate con vero (V) o falso (F) se le frasi seguenti descrivono in modo corretto o meno le vostre sensazioni e le interazioni tra voi e i vostri colleghi.

Quali sono le mie reazioni istintive di fronte agli altri?

1. Mi sento circondato da idioti e incompetenti e non posso fare a meno di farlo notare loro di tanto in tanto.

2. Ero una persona tranquilla prima di cominciare a lavorare con questo branco di coglioni.

3. Non mi fido delle persone che mi circondano, e loro non si fidano di me.

4. Considero i colleghi come miei concorrenti.

5. Credo che il modo migliore di ‘salire in cima’ sia buttare giù qualcun altro.

6. Godo segretamente quando qualcun altro soffre o è in imbarazzo.

7. Spesso sono geloso dei miei colleghi e ho difficoltà a essere sinceramente contento per loro quando hanno successo.

8. Ho un gruppo ristretto di amici fidati e una lunga lista di nemici, e sono ugualmente fiero di entrambi.

Come tratto gli altri?

9. A volte non riesco a trattenere il mio disprezzo per tutti gli sfigati e i coglioni che lavorano nel mio ufficio.

10. Trovo utile guardare di traverso, insultare e a volte anche urlare in faccia agli idioti che lavorano con me. Altrimenti non impareranno mai.

11. Mi prendo tutto il merito per insultati della mia squadra, e perché non dovrei? Non andrebbero da nessuna parte senza di me.

12. Durante le riunioni mi piace indirizzare commenti ‘innocenti’ che non hanno altro scopo se non umiliare e gettare nello sconforto i destinatari.

13. Sono sempre pronto a sottolineare gli errori altrui.

14. Io non sbaglio mai. Quando qualcosa va male, la colpa è sempre di qualche idiota.

15. Interrompo sempre gli altri perché quello che devo dire io è più importante.

16. Lecco sempre il culo al mio capo e alle persone importanti e mi aspetto lo stesso trattamento dai miei sottoposti.

17. A volte le mie battute e le mie prese in giro sono un po’ pesanti, ma bisogna ammettere che sono divertenti.

18. Amo la mia squadra e loro amano me, ma sono sempre in guerra con il resto dell’azienda. Tratto tutti di merda perché chi non fa parte della mia squadra o non conta niente o è un nemico.

Come reagiscono gli altri nei miei confronti?

19. Quando parlano con me, le persone evitano di guardarmi negli occhi e si innervosiscono.

20. Ho la sensazione che la gente stia sempre molto attenta a quello che dice in mia presenza.

21. Le mie e-mail provocano sempre reazioni ostili, che spesso sfociano in battaglie di insulti.

22. Gli altri esitano a darmi informazioni personali.

23. Gli altri non sembrano divertirsi in mia presenza.

24. Quando arrivo io, le persone reagiscono sempre dicendo che devono andare via.

Come calcolare il punteggio.

Sommare il numero delle risposte positive (sommare V).
Il test non ha valore scientifico ma secondo Sutton:

da 0 a 5: non sembrate avere le credenziali di uno stronzo patentato/a meno che non vi stiate prendendo in giro da soli.

da 5 a 15: siete degli stronzi patentati borderline: forse è arrivato il momento di cambiare atteggiamento prima che sia troppo tardi.

da 15 in su: avete tutta l’aria di stronzi fatti e finiti. Fatevi aiutare immediatamente. Ma per favore non rivolgetevi a me, perché non voglio conoscervi (nota di Sutton).

Tratto da

Robert I. Sutton (2007). Il metodo antistronzi. Come creare un ambiente di lavoro più civile e produttivo o sopravvivere se il tuo non lo è. Roma, Elliot. 

Categorie: self management, pratica motivazionale

Grinta: 10.000 ore di pratica

Spesso sentiamo parlare di TALENTO (ne abbiamo parlato con La motivazione, per un individuo, è l’energia che lo anima).
Sempre più è anche sottolineata l’importanza di ‘superare la fallacia del talento’.

Scomodiamo Edison al quale viene accreditata la seguente citazione: ‘Genius is one percent inspiration, ninety-nine percent perspiration. Accordingly, a ‘genius’ is often merely a talented person who has done all of his or her homework’ (Il genio è 1% ispirazione e 99% sudore. Un genio è spesso semplicemente una persona di talento che ha svolto tutti i compiti a casa).

Varie ricerche confermano, in modo meno poetico, questa citazione definendo, addirittura, un numero di ore di ‘compiti a casa’: 10.000 ore di pratica. Con 10.000 ore di pratica possiamo diventare un esperto, un professionista, un campione.

La prima volta che venne presentato questo dato risale ad uno studio del 1993, professor Anders Ericsson dell’Università del Colorado. ‘Lo studioso esaminò le abitudini di un gruppo di violinisti. Tutti avevano cominciato a suonare il violino a 5 anni, tutti sembravano piuttosto portati per lo strumento e tutti, da bambini, vi si dedicavano approssimativamente per lo stesso tempo. Ma a 8 anni di età, il tempo dedicato a esercitarsi variava.  A 20 anni, i violinisti più affermati avevano suonato per una media di 10 mila ore ciascuno, mentre quelli meno bravi non superavano le 4 mila ore. Se bastasse il talento puro, osservava lo studio, non sarebbe stato impossibile vedere emergere un violinista dopo 5 mila ore di musica. Invece la costante era che il successo arrivava intorno a quota 10 mila. Ergo, concludeva la ricerca, è quello il numero magico, la cifra del successo, molto più del talento’ (Franceschini).

Possiamo quindi affermare che se conosco e riconosco il mio talento, e dedico il mio tempo e il mio sudore, sarò eccellente? È quello che la studiosa Angela Duckworth afferma con il termine Grinta, nell’accezione di tenacia, perseveranza, determinazione.

Il segreto per raggiungere risultati notevoli è la grinta intesa come miscela di passione e costanza (non talento).

La studiosa, inoltre, sottolinea che anche il linguaggio che noi usiamo verso gli altri può incoraggiare e promuovere la grinta e quindi la mentalità di crescita degli altri. Consiglia (a genitori, dirigenti, insegnanti o chiunque abbia responsabilità di guida) di osservare per qualche giorno il proprio linguaggio, ascoltando il tipo di convinzione che quelle parole possono incoraggiare.

Scoraggia la grinta e
la mentalità di crescita
Promuove la grinta e
la mentalità di crescita
Bravo! Sei un talento nato. Bravo! Sei uno che impara
Bene, almeno ci hai provato! È andata male. Vediamo cosa hai fatto e cosa avrebbe potuto funzionare meglio.
Ottimo lavoro! Come sei bravo! Ottimo lavoro! C’è qualcosa che avresti potuto fare anche meglio?
Questa è difficile. Non te la prendere se non ti riesce. Questa è difficile. Non te la prendere se ancora non ti riesce.
Forse questo non è il tuo forte. Non te la prendere, hai altre risorse. Ho grandi aspettative. Ci tengo perché so che insieme ci possiamo arrivare.

Siamo pronti ad ascoltare il nostro linguaggio che usiamo verso gli altri?

Tratto da

Angela Duckworth (2017). Grinta. IL potere della passione e della perseveranza.
Enrico Franceschini (2014). La regola del successo 10.000 ore di pratica e sei bravo in tutto.

Come gestire una riunione?

A tutti noi, e non solo ai manager di successo, giunge il momento di organizzare e gestire una riunione… e vogliamo che la nostra riunione non sia una perdita di tempo (né per noi, né per chi partecipa). Perché diciamolo chiaramente… un sacco di incontri (detti anche all’inglese ‘meeting’) sono una perdita di tempo: sono troppo lunghi, sono mal gestiti, non sappiamo perché siamo stati invitati, e sono vaghi.

La buona notizia? Per migliorare le riunioni non c’è bisogno di essere astrofisici!
Sappiamo che la preparazione è la base per una riunione di successo. Come prepararsi?

  1. In primo luogo, sappiamo perché stiamo pianificando la riunione? Avere in mente un obiettivo specifico (cosa vogliamo raggiungere?) ci aiuterà a creare un programma utile
  2. Chi veramente deve essere presente (considerando coloro che prendono le decisioni, i portatori di interesse -stakeholders-, e anche chi può influenzare)? Quando li invitiamo, prepariamoli affinché possano dare un reale contributo.
    Se alcune persone fossero coinvolte nell’argomento, ma non avessero bisogno di partecipare, possiamo chiedere un loro contributo in anticipo e aggiornarle in seguito.
  3. Quando apriamo la riunione esponiamo chiaramente lo scopo della riunione, il tempo di chiusura (meglio se short and sweet) e concentriamo le persone sul compito da svolgere (a volte anche un ‘cronometrista’ può essere di grande aiuto).
  4. Chi modera l’incontro ha il ruolo di mantenere alta la motivazione dei partecipanti e che siano veramente coinvolti alla ‘causa’.
  5. Quando la riunione è finita, prendiamoci qualche minuto per riflettere. Hanno partecipato tutti? Le persone erano distratte? Cosa ha funzionato bene e cosa no? Possiamo anche chiedere feedback ai partecipanti…

Usiamo le nostre riflessioni per continuare a migliorarci per la prossima riunione.

BUONA RIUNIONE ORGANIZZATA A TUTTI-E!!!

Tratto da Why Your Meetings Stink—and What to Do About It di Steven G. Rogelberg

Il buon manager si vede nel momento della pausa

Spediscono email notturne e sono sempre “sotto budget”: sono la vera sconfitta di chi ha perso interessi e curiosità.

Oggi MMP condivide un articolo scritto da Osvaldo Danzi, appassionato di Umane Risorse e tecnologiche.

‘C’è un brano musicale che dovrebbe avere all’incirca 60 anni, scritto da John Cage, musicista eclettico e per certi versi poco disposto a farsi costringere nei canoni della musica tradizionale, che si chiama 4’33”. Il brano, scritto per qualsiasi strumento, costringe il musicista a non suonare e dunque a prestare attenzione a tutti i suoni circostanti.

Io lo interpreto come una forma di allontanamento da sé e di richiamo all’attenzione verso l’esterno: rumori, fruscii, risatine, bacchette, calpestii. Un foglio che cade, un colpo di tosse. C’erano anche prima, ma adesso li ascolti.

John Cage usa la pausa per fermare il momento. Per concedere meno attenzione a se stesso e a ciò che si sta facendo (che nel caso di un direttore d’orchestra si tratta di interrompere l’attività più importante: l’esecuzione di una sinfonia), per prestarla altrove.

Viviamo una tradizione di manager super-impegnati sostenuti da scuse da scolaretto che vanno dal “dottore è in riunione” a “risentiamoci fra 3 mesi, adesso siamo sotto budget” (che una volta di queste vorrei chiederlo: ma se lei che è il direttore del personale ci mette 3 mesi a chiudere un budget, che vita farà mai il direttore amministrativo-finanziario?) sono lo specchio di un management molto concentrato su di sè, su obbiettivi sempre più personali e sempre meno aziendali più o meno chiari, attenti a dimostrare e sempre meno a ragionare, confrontare, relazionare. Sono quelli che continuano a guardare il computer quando sei di fronte a loro a spiegargli qualcosa di profondamente importante per te, mentre loro fanno “sì sì” con la testa.

E questo fa male all’azienda, come dimostra l’intervento di Stefan Sagmeister, designer e titolare di uno degli studi più creativi di NewYork a un TedX del 2009 (che potete godervi nella magia del sottotitolo) dove si afferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che non è stando asserragliati in ufficio che si diventa più produttivi, ma bensì conoscendo persone e temi nuovi e respirando aria diversa.

Ogni 7 anni Sagmeister chiude lo studio e si dedica ad un anno sabbatico dove viaggia alla ricerca di nuove ispirazioni, di nuove conoscenze, di nuove relazioni da far confluire nel suo lavoro, importando così nuove tendenze, attitudini, esperienze.

Elementare, considerando le tendenze di tante aziende che negli ultimi anni teorizzano l’home office, l’auto-certificazione delle presenze o l’orario flessibile, l’equilibrio fra vita familiare e benessere aziendale.

Complesso, considerando certi imprenditori che devono avere “sotto controllo” i propri dipendenti anche nei casi di figure professionali che potrebbero tranquillamente collaborare da casa una parte del loro tempo aumentando efficacia ed efficienza (è statistico che da casa si tenda a lavorare quasi il doppio rispetto all’ufficio) e diminuendo costi e spazi.

Sebbene tirando un po’ di acqua al proprio (business) mulino, Expedia.it, realizzò due anni fa uno spot pubblicitario molto azzeccato, dove Alex, bruttino, dall’aspetto generoso e con il nodo di cravatta fatto male, ride e socializza con il suo capo raccontando che i Bulgari scuotono la testa per dire sì e la chinano per dire no (“perché lui è appena stato in Bulgaria”), mentre il diligente “povero Christian”, vestito tutto in tiro, con in mano il suo caffè americano (particolare che lo certifica quasi sicuramente quale MilaneseImbruttito), rosica nel vedere la scena. (“Lui che probabilmente ha passato le ferie in ufficio”).

I Christian devono sparire. Gente che risponde alle mail a mezzanotte o perennemente connessi per dimostrare attaccamento all’azienda e efficienza 24/24 non servono più a nessuno, né mai sono serviti. Alimentano una catena di (im)produttività che esalta attività inutili generate di proposito in orari presidiati da nessuno (mail e ordini che verranno comunque lette ed eseguiti almeno 9 ore dopo) dove invece è più utile dedicarsi ad attività che ossigenino il cervello, alimentino la curiosità, stabilizzino la vita affettiva e familiare permettendo maggiore serenità sul posto di lavoro.

Non c’è niente di più palloso, inutile e dannoso di un capo o un collega che a pranzo non abbia altri argomenti che i clienti, il budget, il business e le battute sulle colleghe. Niente è più imbarazzante di un interlocutore senza interessi, senza un libro da scambiare, un film di cui discutere, un Paese da suggerire per il prossimo viaggio.

Si dice che il business spesso si fa a tavola, ma devi aver qualcosa di cui parlare. Forse è per questo che certi business-men si sono spostati sui campi da golf o nelle palestre.

Stressati dagli impegni mal gestiti e frustrati dalla totale mancanza di creatività, si finisce per confondere i valori aziendali con i propri interessi. E spesso le due cose non coincidono.

“alla nostra azienda questa attività non interessa” / “splendida idea, per la nostra azienda questi sono valori importanti” mi hanno detto a dicembre due dirigenti della stessa azienda.

Io stacco.

Da quando sono consulente (ormai 5 anni), mi sono dato una regola: 40 giorni d’estate e 15 d’inverno mi fermo. Perché durante l’anno i clienti non possono aspettare e quindi macino 80.000 chilometri in macchina e 20.000 in treno. Perché durante l’anno mi alzo troppo presto e vado a letto troppo tardi. Perché durante l’anno faccio fatica a leggere libri. Perché durante l’anno ho poco tempo per la famiglia, gli amici di una vita, la scrittura, la chitarra, le playlist sull’Ipod, le passioni.

Stacco perché voglio avere qualche argomento in più da condividere durante i miei pranzi (e odio il golf e la palestra), che sia un viaggio, un aneddoto, o anche solo qualche titolo di libro fra le decine che d’inverno compro e che affollano il mio comodino impolverati in attesa dell’estate.

Anche se probabilmente non riuscirò a leggerli tutti, perché come diceva Troisi “loro sono un milione a scrivere e io uno solo a leggere”.

Buone ferie.’

Essere ottimisti… è sufficiente per raggiungere l’obiettivo?

Come raggiungere un obiettivo? Quante volte abbiamo sentito frasi come ‘Be optimistic’, o ‘Look the positive side’ (guarda il lato positivo) o ‘Se puoi sognarlo, puoi farlo (Walt Disney)’. Indubbiamente ci aiutano in una situazione difficile, ci fanno e danno piacere in quel momento… ma ci portano veramente a raggiungerlo?

Ipotizziamo che uno dei nostri hobby sia la maratona e che vogliamo gareggiare alla maratona di New York il 4 novembre. Siamo comodamente seduti sul divano e sogniamo… possiamo farcela… ci immaginiamo tra la folla dei maratoneti… e ci vediamo al traguardo: ‘sì, posso farcela!’

Questa è fantasia, non è realtà! Se non ci alleniamo in modo determinato, tenace, se non combattiamo la nostra pigrizia e tutti gli imprevisti, non possiamo raggiungere il traguardo di New York, nemmeno se l’abbiamo immaginato!

Tutti noi abbiamo obiettivi, in ambito professionale e personale. Può succedere di trovare ostacoli che ci impediscono di raggiungere gli obiettivi? Come ci comportiamo quando ci sono ostacoli? Detto in altro modo: come possiamo trasformare in azione un sogno?

Gli scienziati ci possono aiutare (frutto delle ricerche della neuroscienziata Prof.ssa Gabriele Oettingen) affinché la percentuale di raggiungimento dei propri obiettivi aumenti enormemente. Interessati?
Un acronimo ci può aiutare: DROP, Desiderio – Risultato concreto – Ostacolo – Piano (in inglese Wish Outcome Obstacle Plan)

Questo acronimo ci mostra innanzitutto due regole:
1. PRIMA il futuro desiderato, POI l’ostacolo.
L’essere umano è tentato ad elencare prima tutti gli ostacoli e poi il futuro desiderato. Qui invece, affinché il desiderio si realizzi, è importante NON invertire l’ordine.
2. Il PIANO è un’azione fisica (non è pensare!), è inteso come ‘se…allora…’
E_Se il singolo obiettivo avesse diversi ostacoli, applicare il processo ed identificare un piano per OGNI ostacolo.

Un esempio?
Desiderio: voglio dare l’esame di diritto tra 30 giorni
Risultato: avrò finito tutti gli esami della sessione e potrò andare qualche giorno in vacanza
Ostacolo: mi distraggo spesso andando su Facebook
Piano inefficace: Se sarò pigro e disorganizzato, allora ricorderò a me stesso che per vincere ci vuole entusiasmo, organizzazione, autodisciplina, metodo (Può veramente funzionare??? Basta pensarlo??? )
Piano efficace: se invece di studiare perdo tempo su Facebook, allora spegnerò il telefono e staccherò la batteria (questa è una azione pratica)

A quale obiettivo, personale o professionale, vuoi applicare il DROP? (c’è anche una app.

Sappiamo resistere al ‘marshmallow’?

Il 12 settembre è venuto a mancare a 88 anni Walter Mischel, uno dei più citati psicologi del Novecento.

Walter Mischel negli anni Sessanta coinvolse più di 600 bambini (4-6 anni) in un esperimento. A questi bambini venne consegnato un marshmallow: potevano mangiarlo subito o aspettare 20 minuti e in qual caso avrebbero avuto 2 marshmallow. Alcuni bambini lo mangiarono subito, alcuni lo accarezzarono, altri si coprirono gli occhi o giocherellarono nervosi sulla sedia frustrati. 1/3 dei 600 bambini riuscirono a gestire l’attesa per avere il secondo marshmallow. I bambini capaci di ritardare la gratificazione divennero uomini e donne più fiduciosi, autosufficienti, affidabili e perseveranti.

Walter Mischel divenne noto al grande pubblico e l’esperimento del marshmallow continuò ad essere una delle prove maggiormente riprodotte e discusse della psicologia contemporanea (qui si può vedere un video molto divertente: https://www.youtube.com/watch?v=8T9LMaZyd2M ).

Per noi adulti, quale potrebbe essere il nostro marshmallow, la nostra la tentazione?
Telefono, Facebook, multitasking, lavorare più ore, ridurre le ore di sonno…?

Consideriamo le email, strumento utile e fondamentale per il nostro lavoro (e non solo). Gli studi evidenziano che la nostra compulsione a rispondere alle e-mail è solo il nostro bisogno di rimanere in contatto per sentirci produttivi a breve termine con il minimo sforzo. Rispondere alla posta elettronica è anche un modo per evitare la fatica di smuovere l’energia per una messa a fuoco costante necessaria per un compito più impegnativo.

Quali modi, strategie usiamo per ri-focalizzarci? Come possiamo utilizzare al meglio quel muscolo che chiamiamo ‘autocontrollo’?

Formulando piani di azione: ‘se… allora…’ (se succedesse questo fatto, allora io farò, mi comporterò). E più il se (il fatto) è preciso, specifico, più possibilità ho di esercitare l’autocontrollo ed avere successo.
Ipotizziamo che stiamo scrivendo una relazione e continuiamo a ripeterci: dobbiamo finire la relazione. Questo pensiero non ci aiuterà nel raggiungimento dell’obiettivo. Come fare, come aiutare il nostro autocontrollo? Se entro mercoledì non avrò finito la relazione, allora sospenderò qualsiasi altra cosa fino a quando non avrò finito.

Il piano di azione accresce la possibilità di raggiungere l’obiettivo… è una strategia di anticipo, in quanto si ‘programma’ il nostro cervello ad un eventuale imprevisto, ad una eventuale situazione: il cervello sa già da prima come reagire ad una specifica situazione.

Heidi Grant afferma che la tecnica funziona non solo con gli individui, ma anche con i gruppi di lavoro.

Quante volte ci capita di avere obiettivi ‘sommari’? Quante volte ci capita di allungare i tempi per ‘colpa di tutti gli imprevisti’?
Cosa è un imprevisto, se non un previsto che non si sa dove e quando, ma arriverà?

Il piano d’azione ‘se-allora’ è una strategia di anticipo perché può aiutare le persone a focalizzarsi, a collaborare, a condividere informazioni e anche ad essere autonomi.

Dopotutto, somiglia a un se-allora istantaneo anche la brillante strategia usata istintivamente dai bimbi per resistere ai marshmallow: “Se mi viene una voglia matta di mangiarmi questo buon dolcetto, allora mi invento una canzoncina. O mi metto un dito nel naso”’. (Annamaria Testa)

Prossimamente una strategia pratica per applicare il piano ‘se-allora’.

 

Spunti tratti da:

Annamaria Testa (2016). I marshmallow e il magico potere della formula se-allora https://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2016/10/24/marshmallow-potere-autocontrollo-bambini-adulti

Heidi Grant (2014). Get your team to do what it says it’s going to do. Harvard Business Review  https://hbr.org/2014/05/get-your-team-to-do-what-it-says-its-going-to-do

Sei un multitasker proclamato?

Va bene ammetterlo. Amiamo vantarci di tutte le attività che stiamo ‘efficacemente’ svolgendo contemporaneamente. Anzi, ci mettiamo la medaglia multitasking come distintivo d’onore.

Vediamo ora cosa dice la scienza…

I multitasker sono le persone meno produttive di tutte. Sono peggio dei procrastinatori e lavoratori volutamente lenti. Ecco perché: i nostri cervelli non sono progettati per il multitasking. In effetti, la parola ‘multitasking’ non è stata nemmeno creata per le persone. Fu introdotta ufficialmente nel 1966 per descrivere nuove funzionalità nel campo dell’informatica. ‘Il multitasking è definito come l’utilizzo di una singola CPU per l’elaborazione simultanea di due o più lavori.’ ~ Datamation Magazine, 1966

Gli esseri umani non elaborando simultaneamente possono cambiare rapidamente punto focale da una attività all’altra; questo però comporta significativi costi di produttività. Quando si effettuano molti cambi durante il giorno si può arrivare a una perdita del 40% della produttività. Inoltre alcuni studi hanno mostrato che quando le persone sono interrotte e ‘dividono’ la loro attenzione, impiegano il 50% del tempo in più per portare a termine un compito e hanno il 50% di probabilità in più di fare errori.

In altre parole: più multitasking, peggiore diventa la capacità del cervello di concentrarsi. Il professor Paul Mohapel, autore di un articolo sulla neurobiologia della distrazione pubblicato su Healthcare Management Forum afferma che uno dei miti più difficili da abbandonare è quello del multitasking. Si crede, purtroppo, che il multitasking aumenti la propria efficienza. Invece le interruzioni, il passare da una attività all’altra riducono l’efficienza e abbassano il livello di energia. E per il ripristino ci vogliono 15/20 minuti.

Delle strategie per migliorare la nostra produttività sono:
a. Eliminare le interruzioni di telefono, colleghi, ecc.,
b. Creare delle ‘finestre’ per rispondere a email, ricevere telefonate, riunioni…
c. Fermarsi solo per questioni urgentissime; per il resto spostare le attività durante le “finestre”.

Sharon Salzberg consiglia che “piuttosto che dividere la nostra attenzione su vari compiti, è molto più efficace prendersi frequenti pause tra sessioni di attenzione focalizzata su un solo compito”; la tecnica è quella di focalizzarsi completamente su un compito per un periodo di tempo e poi prendersi una pausa prima di continuare o di muoversi verso un nuovo compito.
Anche lo psicologo Hao-Ting Wang e i suoi collaboratori hanno evidenziato che una pausa da un lavoro impegnativo, durante la quale la mente è lasciata libera di vagare, può portare a un rinvigorimento e a soluzioni creative non trovate quando si era perfettamente concentrati.

Siamo pronti a focalizzarci su un solo compito e poi prenderci una pausa?

 

Tratto da:

Danilo Di Diodoro (2018). Vagare con la mente è strettamente collegato al benessere interiore. https://www.corrierequotidiano.it/salute/02-07-2018/vagare-con-la-mente-e-strettamente-collegato-al-benessere-interiore

Luca Mazzucchelli (2014). 13 cose che le persone consapevoli fanno in modo diverso ogni giorno. http://www.psicologo-milano.it/newblog/psicologia-consapevolezza/

John Walston (2018), https://www.resourcefulmanager.com/

L’impossibile, talvolta, è ciò che non abbiamo ancora provato a fare!

Dove sono le più grandi opportunità? In ciò che abbiamo sempre fatto?
Abbiamo presente la soffitta o la cantina di casa, o un magazzino? Si continua a riporre cose fino a quando sono totalmente piene, e quando vogliamo aggiungere ancora qualcosa, alla fine arriva la necessità di togliere qualcosa.
La gestione del tempo può presentare analogie alla gestione di un magazzino? Di una cantina? Di una soffitta?

Gianluca Gambirasio nel suo libro ‘Gestire meglio il tempo’, aiuta a renderci consapevoli di come gestiamo il nostro tempo e ci spinge a provare qualche cosa di diverso, qualche cosa che non abbiamo ancora provato a fare… a fare quello che fino a ieri abbiamo considerato fosse impossibile. Cosa vogliamo provare a fare? Secondo Orazio Una delle peggiori tragedie dell’umanità è quella di rimandare il momento di cominciare a vivere. Sogniamo tutti i giardini incantati al di là dell’orizzonte, invece di goderci la vista delle aiuole in fiore sotto le nostre finestre.

È arrivato il momento di goderci la vista delle aiuole in fiore sotto le nostre finestre?

 

Magazzino Tempo lavorativo
Lo spazio a disposizione è limitato: ‘x’ metri cubi 24 ore (1440 minuti) al massimo di cui 8, 10, 12 o più di lavoro
Lavorando sull’ottimizzazione della disposizione dei materiali è possibile recuperare dello spazio nel magazzino Migliorando la propria efficienza nell’eseguire le attività è possibile guadagnare del tempo da dedicare ad altre attività
Quando il magazzino è ormai colmo è ora di decidere cosa vale veramente la pena conservare e cosa al contrario va buttato via Quando il tempo a disposizione è scarso occorre definire con attenzione le priorità d’azione e decidere cosa non fare
Ogni nuovo scatolone che voglio inserire in un magazzino pieno implica toglierne uno per lasciare spazio a sufficienza Dire di sì ad una richiesta implica non riuscire a portare a termine qualche altra attività in futuro (un ‘no silenzioso’)
Per avere un magazzino in ordine e sotto controllo occorre dedicare del tempo alla sua gestione Investire del tempo per pianificare ed organizzare il lavoro consente di migliorare la propria efficacia ed efficienza lavorativa
Una cattiva gestione degli spazi rischia di farci perdere tempo e di commettere errori, conservando cose inutili e buttandone altre utili Disorganizzazione, confusione ed inefficienza lavorativa rischiano di farci lavorare subendo gli eventi e non gestendoli attivamente

MotivationMovesPeople augura un magazzino in ordine, efficiente e pianificato a tutte e a tutti!

 

Tratto da: Gianluca Gambirasio (2015). Gestire meglio il tempo, Milano: Franco Angeli, p.16

Proviamo paura mentre parliamo in pubblico? Come aumentare la fiducia in noi stessi?

Molti di noi si sentono ansiosi quando si trovano a parlare di fronte ad un pubblico: nella mente si creano paure…
La domanda che possiamo porci è: tutte le paure che abbiamo sono reali oppure no? Una paura reale potrebbe essere quella di non gestire il tempo a disposizione in modo idoneo. Una paura ‘menzognera’, ad esempio, potrebbe essere quella di essere fischiati dal pubblico.

Come possiamo gestire le paure reali?

Disegniamo tre colonne su un foglio di carta. Nella prima colonna elenchiamo le nostre paure; nella seconda scriviamo la cosa peggiore che potrebbe accadere se quella paura si avverasse; nella terza colonna scriviamo la cosa migliore che potrebbe accadere se si avverasse quella paura.

Un esempio:

Possiamo usare questo strumento per essere sicuri di essere realisti riguardo alle proprie paure.

Per alzare il nostro livello di fiducia durante una presentazione, possiamo prestare attenzione al nostro linguaggio del corpo. Il modo in cui ci poniamo, ci sediamo e parliamo influiscono sull’opportunità di essere ascoltati o meno. Ad esempio, stare dritti con le spalle all’indietro aiuta a sentirsi sicuri e autorevoli. Inoltre in una presentazione è bene non tenere le braccia incrociate, bensì mani lungo i fianchi e il busto aperto e puntato verso il pubblico. Il corpo in questo modo invia il messaggio che si è aperti e degni di fiducia. E se riusciamo, cerchiamo anche di avere un tono di voce un po’ più basso del solito, per darci potere. Questo può contrastare l’effetto di nervosismo, che tende a spingere il tono della voce più in alto.

  Spunti da:

Bonchek, M. & Gonzales, M. (2018). 5 ways to get over your fear of public speaking. Harvard Business Review.