Il buon manager si vede nel momento della pausa

Spediscono email notturne e sono sempre “sotto budget”: sono la vera sconfitta di chi ha perso interessi e curiosità.

Oggi MMP condivide un articolo scritto da Osvaldo Danzi, appassionato di Umane Risorse e tecnologiche.

‘C’è un brano musicale che dovrebbe avere all’incirca 60 anni, scritto da John Cage, musicista eclettico e per certi versi poco disposto a farsi costringere nei canoni della musica tradizionale, che si chiama 4’33”. Il brano, scritto per qualsiasi strumento, costringe il musicista a non suonare e dunque a prestare attenzione a tutti i suoni circostanti.

Io lo interpreto come una forma di allontanamento da sé e di richiamo all’attenzione verso l’esterno: rumori, fruscii, risatine, bacchette, calpestii. Un foglio che cade, un colpo di tosse. C’erano anche prima, ma adesso li ascolti.

John Cage usa la pausa per fermare il momento. Per concedere meno attenzione a se stesso e a ciò che si sta facendo (che nel caso di un direttore d’orchestra si tratta di interrompere l’attività più importante: l’esecuzione di una sinfonia), per prestarla altrove.

Viviamo una tradizione di manager super-impegnati sostenuti da scuse da scolaretto che vanno dal “dottore è in riunione” a “risentiamoci fra 3 mesi, adesso siamo sotto budget” (che una volta di queste vorrei chiederlo: ma se lei che è il direttore del personale ci mette 3 mesi a chiudere un budget, che vita farà mai il direttore amministrativo-finanziario?) sono lo specchio di un management molto concentrato su di sè, su obbiettivi sempre più personali e sempre meno aziendali più o meno chiari, attenti a dimostrare e sempre meno a ragionare, confrontare, relazionare. Sono quelli che continuano a guardare il computer quando sei di fronte a loro a spiegargli qualcosa di profondamente importante per te, mentre loro fanno “sì sì” con la testa.

E questo fa male all’azienda, come dimostra l’intervento di Stefan Sagmeister, designer e titolare di uno degli studi più creativi di NewYork a un TedX del 2009 (che potete godervi nella magia del sottotitolo) dove si afferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che non è stando asserragliati in ufficio che si diventa più produttivi, ma bensì conoscendo persone e temi nuovi e respirando aria diversa.

Ogni 7 anni Sagmeister chiude lo studio e si dedica ad un anno sabbatico dove viaggia alla ricerca di nuove ispirazioni, di nuove conoscenze, di nuove relazioni da far confluire nel suo lavoro, importando così nuove tendenze, attitudini, esperienze.

Elementare, considerando le tendenze di tante aziende che negli ultimi anni teorizzano l’home office, l’auto-certificazione delle presenze o l’orario flessibile, l’equilibrio fra vita familiare e benessere aziendale.

Complesso, considerando certi imprenditori che devono avere “sotto controllo” i propri dipendenti anche nei casi di figure professionali che potrebbero tranquillamente collaborare da casa una parte del loro tempo aumentando efficacia ed efficienza (è statistico che da casa si tenda a lavorare quasi il doppio rispetto all’ufficio) e diminuendo costi e spazi.

Sebbene tirando un po’ di acqua al proprio (business) mulino, Expedia.it, realizzò due anni fa uno spot pubblicitario molto azzeccato, dove Alex, bruttino, dall’aspetto generoso e con il nodo di cravatta fatto male, ride e socializza con il suo capo raccontando che i Bulgari scuotono la testa per dire sì e la chinano per dire no (“perché lui è appena stato in Bulgaria”), mentre il diligente “povero Christian”, vestito tutto in tiro, con in mano il suo caffè americano (particolare che lo certifica quasi sicuramente quale MilaneseImbruttito), rosica nel vedere la scena. (“Lui che probabilmente ha passato le ferie in ufficio”).

I Christian devono sparire. Gente che risponde alle mail a mezzanotte o perennemente connessi per dimostrare attaccamento all’azienda e efficienza 24/24 non servono più a nessuno, né mai sono serviti. Alimentano una catena di (im)produttività che esalta attività inutili generate di proposito in orari presidiati da nessuno (mail e ordini che verranno comunque lette ed eseguiti almeno 9 ore dopo) dove invece è più utile dedicarsi ad attività che ossigenino il cervello, alimentino la curiosità, stabilizzino la vita affettiva e familiare permettendo maggiore serenità sul posto di lavoro.

Non c’è niente di più palloso, inutile e dannoso di un capo o un collega che a pranzo non abbia altri argomenti che i clienti, il budget, il business e le battute sulle colleghe. Niente è più imbarazzante di un interlocutore senza interessi, senza un libro da scambiare, un film di cui discutere, un Paese da suggerire per il prossimo viaggio.

Si dice che il business spesso si fa a tavola, ma devi aver qualcosa di cui parlare. Forse è per questo che certi business-men si sono spostati sui campi da golf o nelle palestre.

Stressati dagli impegni mal gestiti e frustrati dalla totale mancanza di creatività, si finisce per confondere i valori aziendali con i propri interessi. E spesso le due cose non coincidono.

“alla nostra azienda questa attività non interessa” / “splendida idea, per la nostra azienda questi sono valori importanti” mi hanno detto a dicembre due dirigenti della stessa azienda.

Io stacco.

Da quando sono consulente (ormai 5 anni), mi sono dato una regola: 40 giorni d’estate e 15 d’inverno mi fermo. Perché durante l’anno i clienti non possono aspettare e quindi macino 80.000 chilometri in macchina e 20.000 in treno. Perché durante l’anno mi alzo troppo presto e vado a letto troppo tardi. Perché durante l’anno faccio fatica a leggere libri. Perché durante l’anno ho poco tempo per la famiglia, gli amici di una vita, la scrittura, la chitarra, le playlist sull’Ipod, le passioni.

Stacco perché voglio avere qualche argomento in più da condividere durante i miei pranzi (e odio il golf e la palestra), che sia un viaggio, un aneddoto, o anche solo qualche titolo di libro fra le decine che d’inverno compro e che affollano il mio comodino impolverati in attesa dell’estate.

Anche se probabilmente non riuscirò a leggerli tutti, perché come diceva Troisi “loro sono un milione a scrivere e io uno solo a leggere”.

Buone ferie.’

A tua insaputa

In un articolo, Giuliano Aluffi presenta un libro che è stata, per me, una vera scoperta dell’estate. Il libro è di John Bargh, A tua insaputa. La mente inconscia che guida le nostre azioni, Editore Bollati Boringhieri.
John Bargh, docente di psicologia a Yale, è probabilmente il principale esperto mondiale della mente inconscia. Giuliano Aluffi pone ‘al libro’ alcune domande e Bargh, con la sua scrittura ricca di aneddoti e di racconti esilaranti, risponde.
Buona lettura a tutti!

Come può l’inconscio influenzarci dal futuro?

«La nostra mente, così come l’universo per Einstein, esiste simultaneamente nel passato, nel presente e nel futuro. In ogni momento coesistono in noi i ricordi del passato, la capacità di reagire al presente e la tensione ad anticipare gli eventi per non essere colti alla sprovvista. Queste tre realtà di cui abbiamo coscienza hanno ognuna una controparte carsica, che influenza di nascosto le nostre decisioni e viene alla luce solo negli esperimenti di psicologia. Gli obiettivi per il futuro e le questioni irrisolte continuano a lavorare dentro di noi anche quando pensiamo a tutt’altro. Questo ci aiuta a tenere il timone nella direzione giusta, ma al contempo ci rende più vulnerabili a influenze esterne che tocchino il tasto giusto».

A proposito: le pubblicità subliminali fanno parte del mito o della scienza?

«Nel saggio I persuasori occulti, Vance Packard nel 1957 raccontò che in un cinema del New Jersey la proiezione subliminale della scritta “Drink Coke” durante un film avrebbe indotto gli spettatori ad assediare il chiosco delle bibite. Ma è una leggenda metropolitana, e pare che anche il cinema descritto da Packard non fosse mai esistito. Gli studi più recenti dicono che i messaggi subliminali possono influenzare i nostri comportamenti, ma solo se già abbiamo un obiettivo (futuro) in mente. Se già siamo assetati, una pubblicità subliminale può condizionare la scelta di una certa bevanda. Ma non può farci venire sete».

E il passato come ci condiziona?

«L’evoluzione ha radicato in noi potenti bisogni — come evitare i pericoli, acquisire risorse, stare al caldo e al riparo — che sono presenti sottotraccia in tutto ciò che facciamo. È interessante lo studio di Inagaki e Eisenberger, che nel 2013 mostrarono come tenere in mano qualcosa di caldo sollecita la stessa parte dell’insula — area cerebrale associata all’emotività e alle sensazioni — che si attiva quando leggiamo messaggi dei nostri cari. Ho sperimentato che vale anche l’opposto: toccare il ghiaccio sollecita un’altra piccola area dell’insula, la stessa che si attiva anche quando veniamo traditi durante un gioco economico dove un partner può dividere con noi una somma in modo equo o iniquo. Il calore fisico e quello “sociale” si sovrappongono nell’inconscio. Quando abbiamo chiesto a dei soggetti di valutare la personalità di uno sconosciuto, quelli a cui prima del test, con una scusa, avevamo offerto un bicchiere di caffè caldo hanno poi giudicato la persona come “calorosa e affabile”. Forse è un retaggio dell’infanzia: John Bowlby, pioniere degli studi sull’attaccamento, notò come la sensazione fisica del calore sia collegata, nei primi mesi di vita, al sentirsi sicuri. Quando siamo così piccoli non abbiamo tanti modi per valutare gli altri: chi più ci trasmette calore, portandoci in braccio, è un amico. Gli altri di meno».

L’inconscio ci condiziona anche nel presente?

«Quando qualcuno ci imita, se lo fa in modo naturale e non teatralmente, ci fa diventare più ben disposti verso quella persona. È l’effetto camaleonte: favorisce un legame. I camerieri che ripetono a voce l’ordine del cliente mentre lo stanno scrivendo sul blocchetto ricevono più mancia. E, come ha mostrato la psicologa francese Cèline Jacob, i commessi che rispondono ai clienti ripetendo la domanda — ad esempio, “Può aiutarmi a trovare un cellulare?” “Certo che posso aiutarla a trovare un cellulare” — fanno aumentare le vendite».

Quanto è diversa la sua idea di inconscio da quella di Freud?

«Prima di Freud i comportamenti anormali erano ritenuti colpa degli spiriti maligni che si impossessano di noi. Freud li spiegò con l’inconscio, ma lo caratterizzò come una forza autonoma e per lo più dannosa, reintroducendo una sorta di “demone” all’interno della nostra testa. Il problema è che Freud costruiva le sue tesi sull’inconscio partendo da malati psichici, per poi generalizzarle a tutti. Ancora oggi la cultura popolare ne risente: nel film Inside Out della Pixar l’inconscio è una stanza buia usata per rinchiudere le emozioni negative. Gli studi recenti su soggetti sani, invece, ci indicano che l’inconscio non è né segregato — infatti usa le stesse aree cerebrali usate dalla mente conscia — né distruttivo: se ha superato la selezione naturale, qualche vantaggio deve darcelo. Possiamo aumentare il nostro autocontrollo quanto più scarichiamo su meccanismi inconsci il carico di lavoro mentale. È più facile rispettare diete e vincere la pigrizia se ci affidiamo al “pilota automatico” dell’inconscio. Basta costruirsi un quadro preciso di ciò che si vuole fare: “Correrò lunedì, alle 13, nel parco sotto casa, con questa tuta blu “: più dettagliato è l’impegno, più sarà automatico, grazie anche all’inconscio, compiere l’azione una volta che ci troviamo in quel contesto».

Buona lettura a tutti!

 

Ci sentiamo stressati dalla tecnologia?

Tecnostress: è la percezione di essere ‘invasi’ dalla tecnologia informatica e dal sovraccarico di informazioni. Noi soffriamo di tecnostress?

Abbiamo parlato di dipendenza da smartphone, e oggi la nostra attenzione è sull’utilizzo delle tecnologie informatiche per lo svolgimento di attività lavorative. È risaputo che incide sul nostro apparato muscolo-scheletrico e osteo-articolari (polsi, dita, collo, schiena…); ci sono anche rischi di natura psico-sociali (aumento del carico cognitivo e dilatazione dei tempi lavorativi all’interno della sfera privata-personale). Quest’ultimi ancor più evidenti se si interagisce con colleghi di altri paesi nel mondo.
I sintomi di tecnostress sono: insonnia, calo della concentrazione, mal di testa, ipertensione, stanchezza cronica…

Come gestire questo stress? C’è un modo?
La PAUSA DIGITALE.
Non è impossibile… in alcune aziende in America si programmano alcuni periodi dell’anno, o un giorno alla settimana, oppure brevi periodi durante la giornata lavorativa nei quali escludere l’uso di tecnologie informatiche.

Chi beneficerebbe di questa PAUSA DIGITALE?  Oltre alla salute dei lavoratori, la qualità del lavoro e l’organizzazione aziendale.
Sappiamo che le interruzioni, il passare da una attività all’altra riducono l’efficienza e abbassano il livello di energia. E per il ripristino ci vogliono 15/20 minuti. Ad esempio, le interruzioni frequenti per rispondere alle email in arrivo comportano una rottura nella concentrazione del lavoro in corso e compromettono la qualità stessa del lavoro. Affinché questo non diventi il nostro modo di lavorare, stiamo creando delle ‘finestre’ per rispondere alle email?

Vediamo come alcune aziende stanno gestendo il potenziale tecnostress. Alcuni esempi:

  • Volkswagen in Germania, dal 2011, ha deciso, per i dipendenti con un cellulare aziendale, di limitare la gestione delle e-mail fuori dagli orari di ufficio (i server si spengono mezz’ora dopo la fine dei turni e riaccesi trenta minuti prima dell’inizio)
  • L’azienda chimico energetica Bayer e E.On. ha stabilito ufficialmente che nel tempo libero nessuno debba ricevere email di lavoro
  • In Henkel è stato dichiarato il sabato come giorno ‘mail free’
  • In Bmw gli impiegati stabiliscono con i capi le ore di reperibilità extra ufficio e il tempo dedicato a rispondere ad email è considerato straordinario, da recuperare nel corso della settimana lavorativa.

È possibile che ora noi stiamo pensando: da noi non è possibile.
Veramente non è possibile o è un modo per giustificarci-giustificare l’azienda e sentirci importanti?
Possiamo essere noi a iniziare creandoci delle ‘finestre’ di pausa digitale!
A volte l’impossibile è quello che non abbiamo ancora fatto!

 

Spunti da:

Gianni Alioti (2016). Tecnologie digitali, tecnostress e pausa digitale.

 

Categorie: self management – stress

Essere ottimisti… è sufficiente per raggiungere l’obiettivo?

Come raggiungere un obiettivo? Quante volte abbiamo sentito frasi come ‘Be optimistic’, o ‘Look the positive side’ (guarda il lato positivo) o ‘Se puoi sognarlo, puoi farlo (Walt Disney)’. Indubbiamente ci aiutano in una situazione difficile, ci fanno e danno piacere in quel momento… ma ci portano veramente a raggiungerlo?

Ipotizziamo che uno dei nostri hobby sia la maratona e che vogliamo gareggiare alla maratona di New York il 4 novembre. Siamo comodamente seduti sul divano e sogniamo… possiamo farcela… ci immaginiamo tra la folla dei maratoneti… e ci vediamo al traguardo: ‘sì, posso farcela!’

Questa è fantasia, non è realtà! Se non ci alleniamo in modo determinato, tenace, se non combattiamo la nostra pigrizia e tutti gli imprevisti, non possiamo raggiungere il traguardo di New York, nemmeno se l’abbiamo immaginato!

Tutti noi abbiamo obiettivi, in ambito professionale e personale. Può succedere di trovare ostacoli che ci impediscono di raggiungere gli obiettivi? Come ci comportiamo quando ci sono ostacoli? Detto in altro modo: come possiamo trasformare in azione un sogno?

Gli scienziati ci possono aiutare (frutto delle ricerche della neuroscienziata Prof.ssa Gabriele Oettingen) affinché la percentuale di raggiungimento dei propri obiettivi aumenti enormemente. Interessati?
Un acronimo ci può aiutare: DROP, Desiderio – Risultato concreto – Ostacolo – Piano (in inglese Wish Outcome Obstacle Plan)

Questo acronimo ci mostra innanzitutto due regole:
1. PRIMA il futuro desiderato, POI l’ostacolo.
L’essere umano è tentato ad elencare prima tutti gli ostacoli e poi il futuro desiderato. Qui invece, affinché il desiderio si realizzi, è importante NON invertire l’ordine.
2. Il PIANO è un’azione fisica (non è pensare!), è inteso come ‘se…allora…’
E_Se il singolo obiettivo avesse diversi ostacoli, applicare il processo ed identificare un piano per OGNI ostacolo.

Un esempio?
Desiderio: voglio dare l’esame di diritto tra 30 giorni
Risultato: avrò finito tutti gli esami della sessione e potrò andare qualche giorno in vacanza
Ostacolo: mi distraggo spesso andando su Facebook
Piano inefficace: Se sarò pigro e disorganizzato, allora ricorderò a me stesso che per vincere ci vuole entusiasmo, organizzazione, autodisciplina, metodo (Può veramente funzionare??? Basta pensarlo??? )
Piano efficace: se invece di studiare perdo tempo su Facebook, allora spegnerò il telefono e staccherò la batteria (questa è una azione pratica)

A quale obiettivo, personale o professionale, vuoi applicare il DROP? (c’è anche una app.

Sappiamo resistere al ‘marshmallow’?

Il 12 settembre è venuto a mancare a 88 anni Walter Mischel, uno dei più citati psicologi del Novecento.

Walter Mischel negli anni Sessanta coinvolse più di 600 bambini (4-6 anni) in un esperimento. A questi bambini venne consegnato un marshmallow: potevano mangiarlo subito o aspettare 20 minuti e in qual caso avrebbero avuto 2 marshmallow. Alcuni bambini lo mangiarono subito, alcuni lo accarezzarono, altri si coprirono gli occhi o giocherellarono nervosi sulla sedia frustrati. 1/3 dei 600 bambini riuscirono a gestire l’attesa per avere il secondo marshmallow. I bambini capaci di ritardare la gratificazione divennero uomini e donne più fiduciosi, autosufficienti, affidabili e perseveranti.

Walter Mischel divenne noto al grande pubblico e l’esperimento del marshmallow continuò ad essere una delle prove maggiormente riprodotte e discusse della psicologia contemporanea (qui si può vedere un video molto divertente: https://www.youtube.com/watch?v=8T9LMaZyd2M ).

Per noi adulti, quale potrebbe essere il nostro marshmallow, la nostra la tentazione?
Telefono, Facebook, multitasking, lavorare più ore, ridurre le ore di sonno…?

Consideriamo le email, strumento utile e fondamentale per il nostro lavoro (e non solo). Gli studi evidenziano che la nostra compulsione a rispondere alle e-mail è solo il nostro bisogno di rimanere in contatto per sentirci produttivi a breve termine con il minimo sforzo. Rispondere alla posta elettronica è anche un modo per evitare la fatica di smuovere l’energia per una messa a fuoco costante necessaria per un compito più impegnativo.

Quali modi, strategie usiamo per ri-focalizzarci? Come possiamo utilizzare al meglio quel muscolo che chiamiamo ‘autocontrollo’?

Formulando piani di azione: ‘se… allora…’ (se succedesse questo fatto, allora io farò, mi comporterò). E più il se (il fatto) è preciso, specifico, più possibilità ho di esercitare l’autocontrollo ed avere successo.
Ipotizziamo che stiamo scrivendo una relazione e continuiamo a ripeterci: dobbiamo finire la relazione. Questo pensiero non ci aiuterà nel raggiungimento dell’obiettivo. Come fare, come aiutare il nostro autocontrollo? Se entro mercoledì non avrò finito la relazione, allora sospenderò qualsiasi altra cosa fino a quando non avrò finito.

Il piano di azione accresce la possibilità di raggiungere l’obiettivo… è una strategia di anticipo, in quanto si ‘programma’ il nostro cervello ad un eventuale imprevisto, ad una eventuale situazione: il cervello sa già da prima come reagire ad una specifica situazione.

Heidi Grant afferma che la tecnica funziona non solo con gli individui, ma anche con i gruppi di lavoro.

Quante volte ci capita di avere obiettivi ‘sommari’? Quante volte ci capita di allungare i tempi per ‘colpa di tutti gli imprevisti’?
Cosa è un imprevisto, se non un previsto che non si sa dove e quando, ma arriverà?

Il piano d’azione ‘se-allora’ è una strategia di anticipo perché può aiutare le persone a focalizzarsi, a collaborare, a condividere informazioni e anche ad essere autonomi.

Dopotutto, somiglia a un se-allora istantaneo anche la brillante strategia usata istintivamente dai bimbi per resistere ai marshmallow: “Se mi viene una voglia matta di mangiarmi questo buon dolcetto, allora mi invento una canzoncina. O mi metto un dito nel naso”’. (Annamaria Testa)

Prossimamente una strategia pratica per applicare il piano ‘se-allora’.

 

Spunti tratti da:

Annamaria Testa (2016). I marshmallow e il magico potere della formula se-allora https://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2016/10/24/marshmallow-potere-autocontrollo-bambini-adulti

Heidi Grant (2014). Get your team to do what it says it’s going to do. Harvard Business Review  https://hbr.org/2014/05/get-your-team-to-do-what-it-says-its-going-to-do

Cosa possiamo veramente regalarci quest’estate?

Prenditi tempo per pensare,
perché questa è la vera forza dell’uomo.

Prenditi tempo per leggere,
perché questa è la vera base della saggezza.

Prenditi tempo per pregare,
perché questo è il maggior potere sulla terra.

Prenditi tempo per ridere,
perché il riso è la musica dell’anima.

Prenditi tempo per donare,
perché il giorno è troppo corto per essere egoisti.

Prenditi tempo per amare ed essere amato,
è il previlegio dato da Dio.

Prenditi tempo per essere amabile,
questo è il cammino della felicità.

Prenditi tempo per vivere!

 

Pablo Neruda

Buona estate a tutte e a tutti!
MotivationMovesPeople torna a settembre.

Sei un multitasker proclamato?

Va bene ammetterlo. Amiamo vantarci di tutte le attività che stiamo ‘efficacemente’ svolgendo contemporaneamente. Anzi, ci mettiamo la medaglia multitasking come distintivo d’onore.

Vediamo ora cosa dice la scienza…

I multitasker sono le persone meno produttive di tutte. Sono peggio dei procrastinatori e lavoratori volutamente lenti. Ecco perché: i nostri cervelli non sono progettati per il multitasking. In effetti, la parola ‘multitasking’ non è stata nemmeno creata per le persone. Fu introdotta ufficialmente nel 1966 per descrivere nuove funzionalità nel campo dell’informatica. ‘Il multitasking è definito come l’utilizzo di una singola CPU per l’elaborazione simultanea di due o più lavori.’ ~ Datamation Magazine, 1966

Gli esseri umani non elaborando simultaneamente possono cambiare rapidamente punto focale da una attività all’altra; questo però comporta significativi costi di produttività. Quando si effettuano molti cambi durante il giorno si può arrivare a una perdita del 40% della produttività. Inoltre alcuni studi hanno mostrato che quando le persone sono interrotte e ‘dividono’ la loro attenzione, impiegano il 50% del tempo in più per portare a termine un compito e hanno il 50% di probabilità in più di fare errori.

In altre parole: più multitasking, peggiore diventa la capacità del cervello di concentrarsi. Il professor Paul Mohapel, autore di un articolo sulla neurobiologia della distrazione pubblicato su Healthcare Management Forum afferma che uno dei miti più difficili da abbandonare è quello del multitasking. Si crede, purtroppo, che il multitasking aumenti la propria efficienza. Invece le interruzioni, il passare da una attività all’altra riducono l’efficienza e abbassano il livello di energia. E per il ripristino ci vogliono 15/20 minuti.

Delle strategie per migliorare la nostra produttività sono:
a. Eliminare le interruzioni di telefono, colleghi, ecc.,
b. Creare delle ‘finestre’ per rispondere a email, ricevere telefonate, riunioni…
c. Fermarsi solo per questioni urgentissime; per il resto spostare le attività durante le “finestre”.

Sharon Salzberg consiglia che “piuttosto che dividere la nostra attenzione su vari compiti, è molto più efficace prendersi frequenti pause tra sessioni di attenzione focalizzata su un solo compito”; la tecnica è quella di focalizzarsi completamente su un compito per un periodo di tempo e poi prendersi una pausa prima di continuare o di muoversi verso un nuovo compito.
Anche lo psicologo Hao-Ting Wang e i suoi collaboratori hanno evidenziato che una pausa da un lavoro impegnativo, durante la quale la mente è lasciata libera di vagare, può portare a un rinvigorimento e a soluzioni creative non trovate quando si era perfettamente concentrati.

Siamo pronti a focalizzarci su un solo compito e poi prenderci una pausa?

 

Tratto da:

Danilo Di Diodoro (2018). Vagare con la mente è strettamente collegato al benessere interiore. https://www.corrierequotidiano.it/salute/02-07-2018/vagare-con-la-mente-e-strettamente-collegato-al-benessere-interiore

Luca Mazzucchelli (2014). 13 cose che le persone consapevoli fanno in modo diverso ogni giorno. http://www.psicologo-milano.it/newblog/psicologia-consapevolezza/

John Walston (2018), https://www.resourcefulmanager.com/